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Chiapparoli (Barclays) “Nelle Spac c’è un tesoro Quei 140 miliardi un’occasione per l’Italia”

« Ci sono 140 miliardi di dollari parcheggiati dentro le Spac americane che potrebbero rilanciare le imprese europee». Dietro la sigla per addetti ai lavori, Spac, si intendono quei “veicoli” finanziari che raccolgono capitali da investori qualificati e individuono imprese di cui sostenere la crescita e per quotarle in Borsa. Si tratta di capitali raccolti negli Usa che potrebbero essere dirottati su aziende del vecchio Continente, come è già successo di recente con la britannica Arrival, produttrice di van elettrici. Enrico Chiapparoli, country manager di Barclays in Italia, spiega perché stiamo parlando di un fenomeno che presto potrebbe arrivare a Piazza Affari.
Con la pandemia negli Usa le Spac hanno preso molto più piede che in Europa, come mai?
«Quello che è successo negli Usa negli ultimi 15 mesi è monumentale.
Lo scorso anno sono state promosse 248 Spac che hanno raccolto 83 miliardi di dollari; tra gennaio e marzo di quest’anno altre 296 per ulteriori 97 miliardi e in questo momento la Sec (il regolatore americano, ndr ) sta esaminando le richieste di quotazione di 248 nuove Spac, che puntano a raccogliere altri 60 miliardi. Per darle un’idea in Italia dal 2010 ad ora sono state lanciate 27 Spac che hanno raccolto circa 4 miliardi di euro. Nello stesso periodo negli Usa, fino al 2019, ne venivano promosse 40-50 l’anno con un raccolta media poco sopra ai 10 miliardi. La scala che è stata raggiunta durante la pandemia è enormemente maggiore, anche grazie alla grande liquidità immessa dalle Fed sui mercati».
E dove sarà investita tutta questa cassa?
«Un terzo delle Spac Usa si propone di investire nel comparto tecnologico, un 10% nel fintech, un altro 10% nella transizione energetica e nelle aziende che hanno business innovativi in campo Esg (cioè seguono criteri di sostenibilità, ndr ), il resto nei settori industriali, consumer e real estate.
Già alcune società non americane come EVBox Group in Olanda e Arrival sono diventate target delle Spac americane e presto si quoteranno a Wall Street. Mi aspetto che una parte della liquidità delle Spac americane arrivi presto anche sui nostri mercati offrendo capitale per la crescita di società europee ed italiane».
Cosa la porta a questa conclusione?
«Due motivi. Il primo è l’opportunità per un’azienda che vuole finanziarie la crescita, o semplicemente la migrazione del proprio business verso la transizione energetica, di andare a intercettare questa liquidità. Il secondo è che la maggior parte delle banche collocatrici delle Spac Usa sono istituti europei che prima delle banche americane hanno puntato su questo strumento di investimento con decisione.
Barclays, per esempio, ha oltre il 45% di quota di mercato nelle Spac interessate a deal Esg. Ora le banche europee potrebbero proporre a qualcuno dei loro clienti del Vecchio continente di quotarsi in America, un po’ come fece Luxottica 31 anni fa; questa volta attraverso una Spac».
E in Italia, quali sono i settori più interessanti?
«Tante aziende domestiche che vogliono crescere all’estero, oltre a società tecnologiche o dell’Ict, dei data center o del cloud che necessitano di capitali per ampliare il business. Ma anche il comparto dei componenti auto, per finanziarie la migrazione all’auto elettrica».
Sul mercato secondario vede altri delisting in arrivo o un’ondata di fusioni e acquisizioni?
«I delisting sono favoriti da bassi tassi di interesse e bassi corsi di Borsa. I primi rimarranno tali nell’eurozona ancora per un po’, i secondi stanno risalendo e potrebbe diventare meno conveniente finanziarsi per uscire dal mercato.
Quanto alle fusioni e acquisizioni, nel lusso dipende soprattutto da logiche delle famiglie azioniste, mentre nel comparto bancario, dopo Ubi e Creval, ci aspettiamo che riparta il consolidamento nella seconda parte dell’anno. Vedo spazio per nuovi consolidamenti anche nelle multiutilty e nelle rinnovabili».
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