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Chi licenzia dovrà trattare almeno 45 giorni con i sindacati

I licenziamenti sono ripartiti da ieri, dopo un anno, quattro mesi e 7 giorni di blocco pandemico deciso per legge: 494 giorni, un record. La grande industria è dunque libera di ristrutturare. Se si esclude il settore tessile bloccato ancora fino al 31 ottobre in extremis dal decreto del 30 giugno in cambio di 17 ulteriori settimane di Cassa Covid, la situazione è di fatto rimasta quella del primo decreto del governo Draghi di marzo, il Sostegni 1. E quindi, dal primo luglio via libera alle grandi imprese di manifattura e costruzioni. Dal primo novembre, alle piccole più tessile, abbigliamento e pelle (codici Ateco 13,14 e 15).L’intesa siglata martedì scorso tra governo e parti sociali non cambia dunque né il calendario a due blocchi né la sostanza. Non solo perché si tratta di un “avviso comune” o meglio di una semplice “presa d’atto”, come si legge a monte delle sei righe e mezzo – su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei ministri firmate dai leader di Cgil, Cisl e Uil, dai presidenti di Confindustria, Confapi e Alleanza delle cooperative, oltre che dal ministro del Lavoro Orlando e dal premier Draghi. Ma perché rappresenta più una moral suasion – seppur stilata al più alto livello concertativo e politico – che un vincolo stringente.Lì si dice che le parti sociali «si impegnano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali» alle imprese prima di licenziare. Impegno poi non recepito dal “decreto ponte” varato il 30 giugno e come tale non vincolante. Insomma nessuna norma può fermare un’azienda che ha bisogno di tagliare il costo del lavoro. «D’altro canto non possiamo obbligare le nostre consociate a non licenziare, se il blocco non è stato rinnovato», spiegano da Confindustria. Un’ovvietà che però fa la differenza. I sindacati avrebbero di certo preferito il recepimento dell’intesa nel decreto, come fu per il protocollo sulla sicurezza siglato in pieno lockdown nel 2020. Ma dopo 7 ore di trattativa non sono andati oltre la “presa d’atto”.Si vedrà ora come agiranno le grandi imprese. Le procedure per i licenziamenti collettivi sono lunghe e costose. Partono con la comunicazione ai sindacati, poi fino a 45 giorni di “esame congiunto” per trovare un accordo e altri 30 giorni, se si finisce all’ufficio provinciale del lavoro. Infine il preavviso di licenziamento ai lavoratori. Senza accordo sindacale il “ticket licenziamento” – il contributo Naspi dovuto dall’azienda all’Inps – si triplica: da circa 3 mila a 9 mila euro per ciascun lavoratore con più di tre anni di anzianità.L’Ufficio parlamentare di bilancio calcola in 70 mila i possibili esuberi quest’anno: non lo tsunami che si immaginava. La ripresa d’altro canto si riaffaccia. Anche se trainata dai contratti precari. I dati Istat su maggio diffusi ieri confermano che la nuova occupazione si muove solo grazie ai tempi determinati: 300 mila in più da gennaio, 2 milioni e 966 mila lavoratori a termine in totale, sfiorato il record dei 3 milioni e 53 mila del terzo trimestre 2019.Le imprese licenzieranno per assumere a tempo? Le alternative per non licenziare ci sono. Il governo ha tolto le addizionali alla Cassa ordinaria e straordinaria fino a fine anno e concesso altre 13 settimane di Cassa straordinaria, pure questa scontata, alle imprese dei tavoli di crisi e pure a quelle che avevano finito tutte le settimane a loro disposizione già prima della pandemia. Non hanno alibi, ma non è detto che rinunceranno a tagliare i budget.

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