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Chi lavora al «bancoposta» non è pubblico ufficiale

Il dipendente delle poste che si occupa di gestire i risparmi dei clienti non è un pubblico ufficiale e se si impossessa dei loro soldi, non può essere condannato per peculato ma solo per appropriazione indebita. La Cassazione, con la sentenza 10124, sgombra il campo da un equivoco alimentato da una copiosa giurisprudenza che considera il dipendente delle poste un pubblico ufficiale sia quando svolge un’attività bancaria sia nell’adempimento dei servizi postali. 
Un ragionamento viziato da un’errata lettura delle norme e della storia dell’ente Poste, che porta ad applicare regole diverse a persone che, di fatto, svolgono lo stesso mestiere. Un’ingiustificabile disparità di trattamento tra gli impiegati degli istituti di credito e quelli di Poste Italiane.
Dell’orientamento espresso dalla Suprema corte beneficia il direttore di un ufficio postale che aveva “attinto” a ben tre libretti. La Cassazione ha accolto la tesi della difesa secondo la quale il reato era quello meno grave) di appropriazione indebita: lo stesso che sarebbe stato contestato ad un impiegato di banca in un’identica circostanza.
Secondo i giudici è pacifico che il direttore non possa rispondere di peculato perché l’attività di bancoposta, esercitata da Poste Italiane Spa nel cui contesto è avvenuto il “fattaccio” non è un pubblico servizio.
Ma l’affermazione quasi lapalissiana espressa dal collegio non è scontata per la giurisprudenza. Ne sono consapevoli gli stessi giudici che citano i precedenti in senso contrario.
I fautori della tesi del pubblico ufficiale, invece che guardare alla funzione svolta, hanno dato un peso alla natura dell’ente, alla sua storia e alla tradizione di fiducia che il pubblico gli riconosce. Il legislatore avrebbe garantito una tutela rafforzata e indifferenziata ai clienti di Poste italiane, storicamente amministrate dallo Stato. Un intento che non sarebbe stato scalfito dalla “liberalizzazione” delle attività e dei servizi. Per dimostrare una “sopravvissuta” natura pubblica viene richiamata anche la normativa intervenuta in tema di Cassa depositi e prestiti (Dl 269/2003) in base alla quale la raccolta del risparmio postale avviene in «nome e per conto» della Cassa depositi e prestiti. Per i giudici della sesta sezione è, al contrario, del tutto irrilevante che Poste Spa operi per la Cassa depositi e prestiti, essendo questa equiparabile a un comune titolare di azioni e personalmente estranea ai rapporti con la clientela. Il nodo va sciolto alla luce del Dpr 144/2001 che disciplina il servizio bancoposta, elencando le attività di tipo bancario senza alcuna indicazione che faccia pensare a un pubblico servizio.
Al contrario la norma parifica Poste alle banche ai fini dell’applicazione dei Testi unici bancario e finanza, prevedendo anche una netta separazione contabile delle attività di bancoposta dalle altre. Per finire i rapporti con i correntisti sono disciplinati dalle leggi civili.
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