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ChemChina, l’Opa sul cibo del futuro

L’offerta pubblica di acquisto di ChemChina su Syngenta, che è pronta a spendere 43 miliardi di dollari in contanti (circa 39,4 miliardi di euro) per comprare la società svizzera di sementi e pesticidi, se andrà a buon fine, non sarà solo la più grande acquisizione da parte di un’azienda cinese all’estero della storia, ma segnala anche un cambio di passo nella strategia di investimento di Pechino, che dall’inizio dell’anno ha già investito 68 miliardi di dollari, più della metà dell’intero 2015. A dispetto della svalutazione dello yuan.
ChemChina, società statale cinese quotata in Borsa e dall’anno scorso azionista di controllo Pirelli, acquisendo Syngenta punta soprattutto a garantirsi la sicurezza alimentare, preoccupazione strategica per un Paese con 1,3 miliardi di persone costretto ad aumentare la produttività agricola nazionale e ridurre la dipendenza dall’estero.
L’operazione dimostra, inoltre, che un investitore cinese, nel nuovo ordine mondiale che va prendendo forma, può essere considerato migliore di un americano. E non per una semplice questione di prezzo, visto il no reiterato da Syngenta all’insistente corteggiamento della statunitense Monsanto, che l’anno scorso ha offerto più dei cinesi (45 miliardi di dollari, in cash e azioni), ma è stato respinto dal concorrente elvetico. Il matrimonio agli occhi svizzeri aveva poco senso: per il prezzo era inadeguato, i rischi antitrust e problemi connessi alla doppia sede.
Probabilmente i cinese hanno fatto tesoro degli errori di Monsanto: hanno presentato un’offerta in contanti (465 franchi svizzeri ad azione, più un dividendo speciale di 5 franchi), hanno garantito che la sede resterà in Svizzera e un’Ipo per tornare in Borsa. Così l’operazione è stata presentata dal ceo svizzero, John Ramsey, come «amichevole» e senza ostacoli regolamentari. Secondo i media americani, il controllo cinese però potrebbe sollevare problemi di sicurezza nazionale, a causa dei siti chimici di Syngenta in Louisiana e Texas.
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