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Check up sulle perdite triennali

Sono vent’anni che si parla di società di comodo senza capirne il senso sul piano della determinazione della ricchezza ai fini tributari. Nessuno ha chiarito la contraddizione profonda tra non operatività e presunzione di un reddito, collegabile invece all’operatività e non alla passività. È una presunzione che penalizza un utilizzo extrafiscale della società come strumento di spersonalizzazione della ricchezza, sostitutivo di istituti come fondazione di famiglia o il trust. In sostanza è un prelievo patrimoniale settoriale, che ricorda le tasse di concessione già giudicate illegittime in sede comunitaria.
Le stime del gettito confermerebbero probabilmente che ben pochi, alla fine, si assoggettano a pagare su un reddito fittizio, per una presunzione così economicamente contraddittoria.
La fortuna della disciplina dipende dalla sua vendibilità comunicazionale, perché nessuno può erigersi a difensore delle società di comodo, già squalificate persino nel nome. È quindi una zona di cerniera dei rapporti tra politica, attenta alle esigenze d’immagine, e sensibilità economica delle autorità amministrative. Queste ultime – senza contrapporsi al messaggio politico ispiratore dell’istituto – cercano apprezzabilmente di limitarne le ricadute più assurde. Anche per contenere il numero di interpelli disapplicativi, e perché il controllo di questi soggetti distrarrebbe comunque risorse dai filoni principali, vale a dire grandi contribuenti (per gettito) e autonomi (per numero).
L’amministrazione finanziaria riconosce implicitamente, con equilibrio, che la prova contraria è di tipo economico e non può certo essere documentale. Tuttavia questa disciplina resta una perdita di tempo per tutti, con grande spreco di risorse sacrificate per un obiettivo mediatico.
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Luca Gaiani

Holding, immobiliari e imprese in crisi a caccia di esoneri dal regime delle società in perdita sistematica. Tra cause di esclusione, disapplicazione e interpelli le possibili vie di uscita sono molte e complesse. Pertanto è necessario un esame attento soprattutto con riguardo all’annualità da considerare per l’esonero.
Regimi separati
Il micidiale intreccio di disposizioni per le società di comodo, introdotto dal legislatore con il Dl 138/2011, ha richiesto all’Agenzia un notevole sforzo interpretativo per dare sistematicità alle regole applicabili. La circolare 23/E/2012, diffusa insieme al provvedimento direttoriale che individua nuova ipotesi di disapplicazione automatica per le società in perdita triennale, suddivide in modo netto le disposizioni di esonero valide per le “vecchie” società che non superano il test dei ricavi da quelle riferite alle perdite sistematiche.
Si parte con le «cause di esclusione» previste direttamente dalla legge (articolo 30 della legge 724/94) che – come ricorda la circolare – valgono per entrambi i gruppi (non operative e perdite sistematiche) e si misurano con riferimento all’anno in cui è di comodo. Per esempio, l’esistenza in bilancio di un valore della produzione che supera il totale attivo nel bilancio al 31 dicembre 2012 esonera sia dal test dei ricavi (per quell’anno) che da quello delle perdite (che riguarda il triennio 2009-2011).
Per le cause di disapplicazione automatica, le strade si dividono: per le non operative si usa il decreto del 14 febbraio 2008, per le società in perdita si guarda invece al provvedimento dell’11 giugno scorso, che richiede la verifica in almeno uno dei tre esercizi (2009-2010-2011). Doppia strada anche per gli interpelli, con riguardo alle motivazioni che al periodo di riferimento.
Le immobiliari di gestione
Le situazioni più diffuse di perdite sistematiche riguardano le holding, le immobiliari e le imprese operative con risultati negativi causati dalla crisi del settore. Per queste società il provvedimento e la circolare contengono diversi appigli per evitare di diventare di comodo.
Le imprese di costruzione, in assenza di ricavi (che si conseguono solo all’atto del rogito), chiudono frequentemente i conti in rosso e, se la costruzione dura più anni, finiscono in perdita ripetuta. La causa di disapplicazione basata sulla esistenza (in almeno un anno) di un margine operativo lordo, il Mol, positivo (differenza tra valore e costi della produzione senza considerare ammortamenti, svalutazioni e accantonamenti) è adeguata a salvare questi soggetti. Il Mol delle imprese immobiliari è infatti generalmente positivo in quanto si capitalizzano nelle rimanenze anche gli oneri finanziari che non fanno parte dei costi di produzione. Si pensi ad esempio ad una società che, in assenza di vendite, ha sostenuto costi di costruzione (voci B6 e B7) per 2mila, spese generali non capitalizzabili per 50 (iscritte nella voce B14) e oneri finanziari per 300. L’incremento delle rimanenze sarà pari a 2.300 con un Mol di 250 (pari a 2.300 meno 2.050) con una perdita finale di 50 (250 – 300).
Le controllate
Per le holding, la disapplicazione dal test delle perdite può invece basarsi su due ipotesi. Se la società, in uno dei tre esercizi rilevanti, ha conseguito una perdita fiscale solo per effetto dell’esclusione del 95% dei dividendi, si può rideterminare il risultato senza tener conto della detassazione. L’altra via di uscita è il possesso di partecipazioni immobilizzate in società non in perdita sistematica, ovvero escluse dalla relativa disciplina. La società, però, non deve svolgere ulteriori attività rispetto a quelle strettamente strumentali rispetto alla gestione delle partecipazioni.
Resta da stabilire se, tra queste ultime, possa rientrare anche l’erogazione di finanziamenti alle società partecipate. La risposta dovrebbe essere affermativa in quanto, ai fini della normativa in esame (tendente a penalizzare le cosiddette società “schermo”), è del tutto irrilevante che la holding sostenga finanziariamente le controllate con apporti di capitale (che incrementano il valore della partecipazione) o con prestiti fruttiferi o infruttiferi.

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