Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Cfc black list nella stretta del «radicamento»

Penalizzati i gruppi che lavorano o trasformano beni destinati ai mercati internazionali
La nuova disciplina delle cd. Cfc rules «black list», contenuta nell’articolo 167 del Tuir, stabilisce al comma 4 un criterio innovativo mediante il quale individuare gli Stati o territori extra-See nei quali si presume che il radicamento sia mosso da ragioni di ordine elusivo o, comunque, da un abuso del diritto di stabilimento. Tuttavia, la nuova disposizione, oltre a poggiare su un criterio semplicistico, è anche gravata da interpretazioni restrittive in materia di “esimenti”, che producono effetti penalizzanti anche per le imprese industriali effettivamente radicate all’estero.
Il concetto di «radicamento»
Esaminiamo alcuni dei problemi legati alla verifica dal «radicamento» dell’impresa nello Stato estero, elemento essenziale per valutare la “genuinità” dell’insediamento e il conseguente trattamento fiscale in Italia degli utili ivi prodotti.
Nella circolare delle Entrate 51/E/2010 era stato chiarito il perimetro di applicazione dell’esimente di cui all’articolo 167, comma 5, lettera a). Tale prassi è stata da ultimo espressamente richiamata anche nella circolare 35/E/2016; tuttavia, nell’attuale contesto normativo (che non prevede più un elenco di Stati o territori black list) il perimetro territoriale di applicazione della norma risulta decisamente ampliato, finanche a colpire insediamenti industriali in Paesi con economie “depresse” o in via di sviluppo che nulla hanno a che vedere con le condotte in abuso del diritto di stabilimento che il legislatore intendeva verosimilmente contrastare. Sulla base di quella esimente, la disciplina Cfc non si applica ove il socio controllante residente in Italia dimostri che la società non residente svolge un’effettiva attività industriale o commerciale, come sua principale attività, nel mercato dello stato o territorio di insediamento. Tuttavia, secondo quanto affermato nella circolare 51/E/2010, «per invocare la prima esimente (quella del «radicamento», Ndr), la disponibilità in loco da parte della società estera di una struttura organizzativa idonea […] è condizione necessaria, ma può risultare non sufficiente. […] In linea di principio, per radicamento (collegamento con il “mercato dello Stato o territorio di insediamento”) deve intendersi il legame economico e sociale della Cfc con il Paese estero e, quindi, «la sua intenzione di partecipare, in maniera stabile e continuativa, alla vita economica di uno Stato…- (omissis) – diverso dal proprio e di trarne vantaggio … (sentenza Cadbury Schweppes della Corte di Giustizia Ue, 12 settembre 2006, C-196/04, punto 53)».
Il «mercato locale»
Stando a quanto sopra, in ipotesi di insediamenti di tipo industriale la disapplicazione della norma dovrebbe essere quindi garantita, a fronte di ingenti investimenti infrastrutturali e dell’assunzione di manodopera locale (peraltro contribuendo, così, anche alla crescita economico-sociale dei Paesi in via di sviluppo e al contenimento dei flussi migratori). Tuttavia, più in dettaglio, la circolare 51/E/2010 afferma che «il riferimento al “mercato” è normalmente da intendersi come collegamento al mercato di sbocco o al mercato di approvvigionamento. Pertanto la circostanza che la Cfc non si rivolge al mercato locale né in fase di approvvigionamento, né in fase di distribuzione, costituisce un indizio del mancato esercizio da parte della stessa di un’effettiva attività commerciale nel territorio di insediamento». Tale concetto è stato quindi declinato nella prassi amministrativa in termini di prevalenza dei volumi di acquisto da fornitori locali (o dell’area geografica di influenza circostante) rispetto al totale, ovvero dei volumi di vendita a clienti locali (o dell’area geografica di influenza circostante) rispetto al totale, così che gli insediamenti produttivi destinati a produrre, trasformare o assemblare beni importati nello Stato estero per essere immessi nel processo produttivo, rivendendoli poi su base globale, non si troverebbero nella condizione di poter far valere, con certezza, tale esimente, dovendo produrre altri – tuttavia non ben definiti – riscontri probatori, risultando così gravati dall’esito incerto delle istanze di interpello o dei contraddittori in sede di verifica. Non solo, tale interpretazione finirebbe per favorire il paradosso per cui la condizione per la disapplicazione sarebbe, invece, soddisfatta per le strutture industriali più “leggere”, maggiormente “dipendenti” – sul piano formale – dal mercato locale, avendo fatto, per esempio, massiccio ricorso all’outsourcing, riducendo investimenti e assunzioni di personale, certamente meno idonee a partecipare, in maniera stabile e continuativa, alla vita economica del Paese estero.

Gianluca Cristofori

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«La priorità oggi è la definizione di un piano concreto e coraggioso per fruire dei fondi dedicat...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Sempre più al centro degli interessi della politica, ora la Banca Popolare di Bari finisce uf...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il post-Covid come uno spartiacque. Le aspettative dei 340 investitori che hanno partecipato alla di...

Oggi sulla stampa