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Cessioni? Sì se c’è autonomia

L’autonomia funzionale del ramo ceduto costituisce l’elemento essenziale della cessione di un ramo di azienda. Il ramo ceduto si considera autonomo quando è in grado di provvedere, già al momento del trasferimento, a uno scopo produttivo con i propri mezzi e di svolgere autonomamente il servizio o la funzione cui era adibito prima della cessione. Questa situazione di autonomia si ravvisa anche rispetto a un complesso stabile organizzato di persone, purché dotate di particolari competenze e stabilmente organizzate fra loro.

Questo è quanto stabilito con la pronuncia della Corte di cassazione n. 438/2001, che ha chiarito la definizione dei corretti confini e delle caratteristiche del ramo di azienda sancendo che: «Si verifica un trasferimento di ramo di azienda ai sensi dell’articolo 2112 del codice civile, così come modificato dall’articolo 32, dlgs n. 276/2003, ogni volta che il requisito dell’autonomia funzionale sussista al momento del trasferimento del bene aziendale essendo ininfluente il requisito della preesistenza dell’autonomia del ramo quale condizione di legittimità del trasferimento bastando solo ai fini dell’individuazione del ramo l’esistenza di un complesso organizzato di beni fra cui si include anche il personale dipendente purché sia organizzato e dotato di specifiche competenze».

Per i giudici di legittimità, dunque, il ramo di azienda previamente individuato dal cedente deve sussistere al momento del suo scorporo dal complesso cedente non essendo necessario che sia preesistente alla scissione aziendale e deve essere autonomo ossia in grado di provvedere a uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali e organizzativi. In altri termini il complesso dei beni costitutivo del ramo aziendale individuato deve essere in grado di svolgere il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente indipendentemente dalla struttura e dall’organizzazione dell’impresa subentrante. Non solo, i giudici hanno reso possibile ravvisare l’autonomia funzionale del ramo di azienda anche rispetto a un complesso stabile organizzato di persone purché dotate di particolari competenze e stabilmente coordinate e organizzate tra loro così da rendere le loro attività interagenti e idonee a tradursi in beni e servizi ben individuabili da prestare a favore della società subentrante.

Nel caso di specie due lavoratori, dipendenti di una società di servizi, con mansione di commessi nell’ambito dei servizi postali, avevano convenuto in giudizio la stessa contestando l’illegittimità del trasferimento del proprio rapporto di lavoro alla società cessionaria. Deducevano, in particolare, l’insussistenza del ramo ceduto per mancanza dei requisiti ex art. 2112 c.c. e chiedevano la reintegrazione nel proprio posto di lavoro alle medesime mansioni lavorative precedentemente svolte presso la società cedente.

Sostenevano in pratica che nell’operazione in questione si fosse realizzata una mera esternalizzazione di manodopera del personale dipendente dal momento in cui i quadri e i dirigenti erano rimasti alle dipendenze della cedente la quale aveva provveduto ad assumere anche altri lavoratori con funzioni direttive che coordinassero le attività degli addetti ceduti alla società cessionaria. Nel corso delle proprie difese i lavoratori avevano provato, senza esito, a sostenere, che la cessione non avesse riguardo a un complesso di beni organizzati quali, macchinari, know-how, beni mobili e immobili, ma piuttosto fosse stata ceduto una parte di personale non organizzato per l’esercizio di una attività economica. In pratica provarono a sostenere con esito negativo, perché oggetto di rigetto della Cassazione, che l’oggetto del ramo in questione fosse «smaterializzato» o «leggero» perché privo del complesso aziendale sopra descritti, ma costituito in prevalenza da rapporti di lavoro. La società dall’altro sosteneva di avere qualificato correttamente l’operazione di cessione del ramo di aziendale, poiché era stato in primo luogo individuato e ben descritto il ramo da cedere in questione che era quello della logistica dell’azienda e poi era stato verificato se, una volta ceduto il complesso di beni aziendali che costituivano il ramo, questo fosse in grado di conservare la propria identità ossia di conservare la propria entità economica presso la società che lo acquisiva.

In altri termini si trattava di verificare se l’attività del ramo di logistica in questione venisse poi effettivamente proseguita o ripresa dal nuovo titolare, con le stesse attività economiche o con attività analoghe e se i beni aziendali che componevano il ramo fossero già di per sé al momento dello scorporo autosufficienti e autonomi.

Per i giudici della Suprema corte la tesi dei lavoratori doveva essere respinta in quanto nel caso di specie la società aveva provato l’esistenza reale e effettiva di un complesso di beni strutturato così come la cessione alla società acquirente di un personale dipendente organizzato, dotato di ben specifiche competenze come tale capace a essere assorbito nell’organico aziendale della società subentrante.

La cessione del (ramo) d’azienda nel nostro ordinamento è regolata dall’art. 2112, comma cinque, ai sensi del quale si ha trasferimento d’azienda in presenza di un mutamento della titolarità dell’azienda a seguito di operazioni di cessione, fusione, affitto e costituzione o cessione di usufrutto. Quando il trasferimento ha per oggetto solo una parte del complesso aziendale si parla, invece, di trasferimento di ramo d’azienda. Per la normativa codicistica italiana, dunque, il trasferimento di azienda presuppone due elementi essenziali e imprescindibili: (a) mutamento nella titolarità di un’attività economica organizzata che deve preesistere al trasferimento e (b) conservazione nel trasferimento della propria identità.

In altre parole per l’ordinamento italiano la cessione d’azienda postula il cambiamento nella titolarità imprenditoriale e la conservazione per quanto riguarda la tutela dei dipendenti in capo alla società subentrante dei medesimi diritti per quanto riguarda il livello retributivo, l’inquadramento, indennità di fine rapporto e non proibisce sempre e comunque, purché correttamente applicata, una cessione composta parzialmente anche da solo personale dipendente purché organizzato e dotato di specifiche competenze individuate e individuabili.

Questa sentenza si pone al centro di un dibattito giurisprudenziale controverso su cui ancora oggi non si è raggiunto un punto univoco. Infatti, da un lato vi è l’orientamento maggioritario per il quale la cessione costituita da solo personale non si può realizzare dal momento in cui il complesso di bene oggetto di cessione deve essere rappresentato esclusivamente da beni materiale e immateriali in grado di conservare strutturalmente la loro identità al momento della cessione. Dall’altro, esiste un orientamento a oggi considerato minoritario ma che in realtà sta crescendo per numero di pronunce fra cui rientra anche la sentenza in commento, secondo il quale si possa configurare un trasferimento di azienda anche quando l’entità economica trasferita sia rappresentata dal solo personale, purché si tratti di «un gruppo di dipendenti stabilmente coordinati e organizzati tra loro, la cui autonoma capacità operativa sia assicurata dal fatto di essere dotati di un particolare know-how. In altre parole la giurisprudenza ha dettato alcuni criteri orientativi che sono stati considerati idonei a raffigurare un trasferimento di azienda nell’ipotesi di cessione del solo personale come esercitare l’attività nei medesimi locali, avvalendosi in gran parte delle attrezzature in precedenza utilizzate e con acquisizione di una quota essenziale del personale sia per competenze che per quantità.

Si sta dunque stagliando sempre più una nuova visione sul tema della cessione aziendale che vede i dipendenti ancora una volta al centro. Ecco quindi che per concretizzare una operazione di cessione occorre dunque sapere bilanciare il diritto d’impresa con i diritti dei lavoratori.

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