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Cessioni Quanti ritardi, sarà l’anno buono?

Piccolo esercizio teorico. Quanto avrebbe incassato lo Stato se, come si ventilava nel luglio scorso, avesse ceduto il 6% dell’Enel, il 4% dell’Eni, il 14% di Stm, sue tre quotate? Cinque miliardi e 910 milioni. Quanto incasserebbe se la stessa operazione si facesse ora? Quattro miliardi e 739 milioni. Morale. A forza d’aspettare tempi migliori, sono andati in fumo 1,17 miliardi di euro (dati al 16 dicembre scorso). 
Potenziali ricavi mancati, perché in questi sei mesi la Borsa è scesa (specialmente per l’Eni, penalizzata dal calo del prezzo del petrolio) e le capitalizzazioni delle tre aziende di Stato pure (vedi tabella). È solo un esempio per capire il rischio nel ritardare il processo di privatizzazione, che l’Europa chiede all’Italia e dovrà essere fra le priorità del governo nel 2015, con il consueto ruolo di rilievo per la Cassa depositi e prestiti e l’atteso protagonismo di Poste e Ferrovie, guidate rispettivamente dagli amministratori delegati Francesco Caio e Michele Mario Elia.
Il segnale
La scorsa settimana il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha chiarito che il processo continua e in testa all’agenda ci sono appunto Poste e Fs, più Enav. È stata aggiunta alla lista l’Anas. Ora Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del Tesoro e figura centrale del governo nel piano delle privatizzazioni, sottolinea a Corriere Economia che si tratta, sì, di «dare un segnale sulla riduzione del debito pubblico», ma anche di «rendere competitive le imprese sui mercati internazionali», dando loro accesso al mercato dei capitali. «Se entrano in Borsa Poste e Ferrovie — dice Pagani — diventano due dei colossi del Ftse Mib (l’indice di Borsa, ndr. ). Il modello è farle diventare l’Eni e l’Enel del futuro» (nel senso di affiancarle). Ecco che cosa resta da fare.
Nel 2014 il piano di privatizzazioni si è attivato parzialmente, malgrado gli annunci prima del governo Letta, poi del governo Renzi. Dell’obiettivo dichiarato più volte da Padoan — incassare 9-10 miliardi all’anno per il triennio 2014-2016 — nelle casse pubbliche è entrato un terzo. È infatti di 3,4 miliardi l’introito per lo Stato delle quattro aziende privatizzate nell’anno che si conclude: 2.417 milioni (finiti a Cdp) dalla vendita di Cdp Reti (che contiene Terna e Snam) ai cinesi di State Grid e alle fondazioni bancarie; 400 milioni (finiti al Fondo strategico) dalla cessione di Ansaldo Energia ad altri cinesi, quelli di Shanghai Electric; infine 357 milioni dalla deludente quotazione di Fincantieri e 400 da quella più fortunata di Rai Way. Il motivo del ritardo è indicato dal Tesoro anche nel cambio dei vertici, ostacolo ora superato.
Pronta al debutto, dopo che ha firmato la convenzione quinquennale con Cdp, è considerata Poste, dalla quale si conferma un potenziale ricavo di 5 miliardi per il 40% da portare in Borsa. Meno imminente è Fs, per la quale comunque il processo partirà, dicono in via XX Settembre, ma non è detto si riesca a concludere entro la fine del 2015. Il piano è scorporare la rete, cioè gli asset fisici, e portare in Borsa tutto il resto. La proprietà di binari, gallerie, stazioni tornerebbe allo Stato (Tesoro o demanio) e l’utilizzo resterebbe a Rfi, la società di Fs che gestisce la rete ferroviaria. Tutto il resto è destinato alla Borsa, Alta velocità e servizio universale (i treni meno redditizi) inclusi. L’incasso stimato per una quotazione del 40% di Fs è, nelle stime di questi giorni di fonti informate, fra i tre e i cinque miliardi. In gennaio dovrebbe riunirsi il comitato delle privatizzazioni del Tesoro con gli advisor di Fs per definire i dettagli. Si attende però l’avvio delle gare regionali per i treni locali: finora è partita solo l’Emilia Romagna, con un’ offerta soltanto, pare da Fs.
Entro l’estate invece è attesa la vendita di Grandi Stazioni, con advisor Rotschild, incasso atteso i 600-800 milioni già annunciati. È stato nominato l’amministratore delegato dopo mesi di assenza: Paolo Gallo, ex Acea, gradito al mercato. È l’atteso viatico alla cessione. Sempre entro agosto potrebbe poi concludersi la vendita della rete elettrica di Ferrovie a Terna. Altra privatizzazione della quale si attende lo sblocco è l’Enav, il cui amministratore delegato però è ancora fantasma. Al Tesoro stanno valutando, spiegano, i candidati: si cerca il profilo adatto. Incasso atteso: un miliardo per il 49% della società, non si sa se da vendita o Borsa.
Semiconduttori al via
Proseguono poi le grandi manovre per la cessione da parte del Tesoro di una quota dell’Enel, per la quale si cerca il momento buono, cioè che i prezzi in Borsa tornino a salire. Altra candidata alle privatizzazioni nel 2015 è l’Stm dei semiconduttori dei telefonini, che si vuole rafforzare. Il Tesoro intende trasferire la partecipazione del 14% al Fondo strategico italiano, sul modello del co-azionista governo francese che già controlla la propria quota con l’omologo d’Oltralpe di Fsi. In tutto, queste sei società (Poste, Enav, Fs, Enel, Grandi Stazioni, Stm) dovrebbero portare nelle casse pubbliche 12,3 miliardi: l’obiettivo di Padoan sarebbe raggiunto.
Fuori lista restano la Sace, per la quale ancora non è stata decisa una linea di privatizzazione, e l’Eni, la cui cessione di una quota intorno al 4% però rimane possibile.
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