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Cessioni, l’Iva non fa sconti

In presenza di una cessione di beni o di una prestazione di servizi resa verso corrispettivo, l’Iva non fa sconti: nella base imponibile si devono comprendere tutte le somme dovute al fornitore in dipendenza dell’operazione, comprese eventuali tasse o imposte da questi pagate in proprio ed addebitate alla controparte.

Il principio di onnicomprensività della base imponibile, più volte ribadito dalla giurisprudenza comunitaria, è statuito esplicitamente dall’art. 78 della direttiva Iva (2006/112/Ce), secondo cui nella base imponibile devono essere compresi anche «le imposte, i dazi, le tasse e i prelievi, ad eccezione della stessa Iva».

L’esclusione dalla base imponibile è prevista soltanto per le somme ricevute dal soggetto passivo «quale rimborso delle spese sostenute in nome e per conto» della controparte, «che figurano nella sua contabilità in conti provvisori» (art. 79), o, per dirla con il linguaggio del legislatore domestico, «le somme dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte, purché regolarmente documentate».

In materia, un recente intervento interpretativo della Corte di giustizia Ue è rappresentato dalla sentenza 5 dicembre 2013, causa C-618/11, relativa ad un procedimento pregiudiziale con il quale si chiedeva alla Corte se un tributo quale la tassa sulla diffusione prevista dalla normativa portoghese a favore delle arti cinematografiche e audiovisive, che è dovuta dagli inserzionisti, ma che viene corrisposta dai prestatori dei servizi di diffusione di pubblicità commerciale mediante un meccanismo denominato di «sostituzione d’imposta» e contabilizzata in conti provvisori, concorresse o meno alla base imponibile dell’Iva dovuta sui servizi di diffusione di pubblicità commerciale. Più specificamente, secondo la normativa portoghese, tale tassa, pari al 4% del prezzo fatturato per il servizio pubblicitario, è posta a carico dell’inserzionista, ma è liquidata, mediante sostituzione d’imposta, dalle società titolari di concessioni pubblicitarie o dai distributori di programmi televisivi.

Una società del settore si era opposta alla pretesa del fisco, che riteneva rientrante nella base imponibile ad Iva il riaddebito della tassa in esame nel quadro di un’operazione economica, sostenendo, da un lato, che la tassa non presenta un collegamento diretto con la prestazione dei servizi pubblicitari, né deve essere inclusa nell’imponibile, dal momento che non configura un corrispettivo del servizio fornito e, dall’altro, che è inquadrabile fra i pagamenti effettuati in nome e per conto di altri, per cui deve essere comunque esclusa dalla base imponibile.

Nella sentenza, la Corte osserva che per stabilire se una tassa con le suddette caratteristiche debba essere inclusa oppure no nella base imponibile dell’Iva dovuta sui servizi di diffusione di pubblicità commerciale, occorre determinare anzitutto se rientri nella nozione di «imposte, dazi, tasse e prelievi» di cui all’art. 78 della direttiva, circostanza che ricorre se la tassa, pur non rappresentando un valore aggiunto e non costituendo il corrispettivo economico della prestazione, presenta un collegamento diretto con la prestazione stessa.

Ad avviso della Corte, la risposta è affermativa perché il fatto generatore della tassa coincide con il fatto generatore dell’Iva dovuta sui servizi di diffusione di pubblicità commerciale, in quanto diventa esigibile soltanto in relazione ai servizi forniti. La circostanza che la tassa sia liquidata con un meccanismo di sostituzione d’imposta dai fornitori dei servizi pubblicitari, secondo la Corte non modifica tale risposta. Dalla legge, infatti, risulta che sono gli stessi soggetti che versano la tassa in qualità di sostituti ad essere considerati debitori del tributo; essi sono tenuti a corrisponderlo anche se gli inserzionisti non pagano per i servizi di diffusione di pubblicità o non rimborsano la tassa al prestatore, mentre le autorità competenti non possono esigere la tassa stessa presso detti inserzionisti neanche in caso di insolvenza dell’impresa fornitrice.

Sulla stessa linea, ancora più recentemente, la sentenza 11 giugno 2015, relativa al procedimento pregiudiziale C-256/14, anche questo promosso dai giudici portoghesi per accertare se le tasse di occupazione del sottosuolo, imposte dagli enti locali alle imprese concessionarie della rete di distribuzione del gas, allorquando riaddebitate, per identico importo, da dette imprese a quelle che utilizzano la rete per la commercializzazione del gas, nonché da queste ultime ai consumatori, rientrino nella base imponibile ai fini Iva delle operazioni economiche intercorrenti tra detti soggetti.

Anche in questo caso, le società interessate, a sostegno della tesi negativa, avevano argomentato che dette tasse non hanno un nesso diretto con le operazioni imponibili da esse effettuate e che, non essendo soggette all’Iva nel momento della riscossione da parte degli enti impositori, il medesimo trattamento debba riconoscersi, in forza del principio di neutralità, nella fase della mera ripercussione senza alcun margine.

La Corte, tuttavia, ha rilevato che, ripercuotendo l’importo delle tasse sulle imprese di commercializzazione del gas, all’atto della fatturazione dell’utilizzo delle infrastrutture per la fornitura del gas ai consumatori, la società concessionaria ripercuote non le tasse in quanto tali, bensì il costo per l’utilizzo del demanio pubblico comunale. Tale costo fa parte dell’insieme delle spese della società, inglobate nel prezzo della sua prestazione, il cui pagamento incombe alle società di commercializzazione del gas, a nulla rilevando che, conformemente al contratto, l’importo delle tasse sia distintamente indicato nelle fatture emesse dalla società concessionaria alle società di vendita del gas e da queste ai consumatori.

Tale importo, non essendo peraltro riscosso a titolo di rimborso di spese sostenute in nome e per conto della controparte, costituisce quindi un elemento del corrispettivo ottenuto dalla società nell’ambito delle prestazioni rese nell’esercizio della sua attività economica e deve essere sottoposto all’Iva. La medesima questione era stata sollevata, sempre dai giudici portoghesi, con rinvio del 15 settembre 2014, per il quale pende attualmente davanti alla Corte il procedimento C-423/14.

In considerazione del quadro normativo sopra delineato, appaiono giuridicamente infondate, seppure comprensibili, le doglianze, ricorrentemente prospettate dai consumatori e talvolta accolte dai giudici di merito, circa la presunta illegittimità dell’inclusione delle accise (per esempio, sui combustibili) nella base imponibile dell’Iva.

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