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Cessioni intraUe in vista

La cessione intracomunitaria deve essere qualificata nella fattura, al fine di permettere al cessionario di adempiere a tutti i propri obblighi Iva. L’esigenza di identificare con precisione l’operazione è tanto più necessaria nel sistema domestico, nel quale la qualifica di debitore dell’imposta, nelle transazioni tra fornitori esteri e clienti soggetti passivi nazionali, è attribuita in ogni caso a questi ultimi. Donde la conseguenza che, quale che sia la natura dell’operazione effettuata, il fornitore Ue, anche nell’ipotesi in cui sia titolare di un numero identificativo Iva in Italia, non può mai addebitare l’imposta al cessionario nazionale (con la sola eccezione di cui si dirà oltre), sicché per quest’ultimo potrebbe essere difficile comprendere se ha effettuato un acquisto intracomunitario oppure un acquisto interno.

Il problema sorge purtroppo abbastanza frequentemente, a causa proprio delle lacunose indicazioni della fattura. Il caso è molto semplice: l’impresa IT acquista beni dall’impresa FR, la quale emette fattura di vendita senza l’addebito dell’Iva. Le disposizioni italiane, come detto, prevedono che debitore dell’imposta è in ogni caso l’impresa cessionaria, la quale è tenuta ad assolvere l’imposta, ai sensi dell’art. 17, secondo comma, del dpr 633/72, nei modi e termini previsti dagli artt. 46 e 47 del dl n. 331/93 (integrazione e registrazione della fattura d’acquisto entro il giorno 15 del mese successivo a quello di ricevimento ecc.). Se però nella fattura mancano puntuali indicazioni sulla natura dell’operazione e sul corrispondente regime Iva, l’acquirente potrebbe non essere in grado di stabilire se abbia partecipato a un acquisto intracomunitario, in quanto il fornitore abbia posto in essere una cessione intracomunitaria di beni in partenza dalla Francia, oppure a un acquisto interno, in quanto i beni, al momento della cessione, si trovassero già in Italia, ivi preventivamente introdotti dalla stessa impresa FR in esecuzione di un trasferimento «a se stessa» assimilato a un acquisto intracomunitario.

Fermo restando, in ambedue i casi, l’assolvimento dell’imposta con il meccanismo dell’inversione contabile secondo le disposizioni anzi richiamate, nel primo caso l’impresa italiana dovrebbe anche compilare e presentare il modello Intrastat, mentre nel secondo questa incombenza sarebbe a carico dell’impresa francese. Vero è che, a volte, gli elementi caratteristici dell’operazione possono desumersi altrove (per esempio, dai documenti di trasporto, dalla preventiva richiesta del fornitore di comunicare il numero identificativo Iva ecc.), ma non sempre ciò è possibile, e comunque questo lavoro di indagine e interpretazione da parte dell’acquirente presenta margini di incertezza. Per eliminare il problema, basterebbe qualificare puntualmente l’operazione nella fattura. Al riguardo, per le cessioni intracomunitarie effettuate nel territorio dello stato, la normativa nazionale (art. 46, comma 2, dl n. 331/93) stabilisce che nella fattura occorre indicare che si tratta di «operazione non imponibile» e specificare, eventualmente (e opportunamente), la norma di riferimento nazionale (art. 41, dl 331/93) o comunitaria (art. 138, direttiva 2006/112). Analogamente, l’art. 226 della direttiva stabilisce che, in caso di «esenzione» (così è definito, nell’ordinamento comunitario, il trattamento applicabile alla cessione intracomunitaria), nella fattura occorre indicare il riferimento alla disposizione comunitaria o nazionale pertinente, o altre informazioni che qualifichino l’operazione. Non è corretto, invece, indicare nella fattura la dicitura «inversione contabile», che va riportata nei casi in cui il debitore dell’Iva relativa all’operazione sia il cessionario/committente: questa non è infatti l’ipotesi della cessione intracomunitaria, che è «esente» (o non imponibile), anche se comporta, di riflesso, l’applicazione dell’imposta da parte del destinatario, ma non sulla cessione, bensì sull’acquisto intracomunitario che vi corrisponde.

Addebito dell’Iva da parte del fornitore estero. Come si diceva, c’è una sola eccezione nella quale al fornitore estero è consentito addebitare l’Iva al cliente soggetto passivo nazionale. È l’ipotesi, prevista dall’art. 17, quarto comma, del dpr 633/72 e dall’art. 192-bis della direttiva 2006/112/Ce, in cui il fornitore estero possiede in Italia una stabile organizzazione che abbia partecipato, con i propri mezzi tecnici o umani, alla realizzazione dell’operazione: in tale ipotesi, gli obblighi d’imposta devono essere assolti nei modi ordinari, per conto del soggetto estero, dalla stabile organizzazione nazionale. Naturalmente è difficile per il destinatario sapere se l’operazione sia stata effettuata dal soggetto estero con la partecipazione della propria stabile organizzazione. In considerazione di queste difficoltà, l’art. 53 del regolamento Ue n. 282/2011 del 15 marzo 2011, stabilisce che se è emessa fattura con il numero di partita Iva della stabile organizzazione, si presume che questa abbia partecipato, salvo prova contraria.

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