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Cessioni di Stato Un tesoro che vale più di 600 miliardi

Vale più di 600 miliardi di euro, fra aziende e mattone, il patrimonio pubblico, cioè dello Stato e degli enti locali. È il «tesoro del Tesoro» — calcolato dal Corriere Economia su dati di Ministero delle Finanze (Mef), Astrid, Università Bocconi, Federcasa — sul quale siedono Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni. Il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, giovedì scorso, hanno dato il via alle privatizzazioni, annunciando la prossima immissione sul mercato di quote di otto società pubbliche: Eni (7,7 miliardi di utile netto nel 2012), StMicroelectronics (1,16 miliardi di perdita), e poi Enav, Sace, Fincantieri, Cdp Reti, il gasdotto Tag e la Grandi Stazioni di Fs. L’obiettivo è raccogliere fino a 12 miliardi, da destinare anche ad abbattere del debito pubblico (una goccia nel mare, essendo il debito di 2 mila miliardi).

Il peso degli immobili
È di 580 miliardi, per l’esattezza, il valore del portafoglio pubblico misurabile, escluse le concessioni. Calcolo complicato, non esistono stime ufficiali complessive. La cifra comprende: a) le partecipazioni industriali dello Stato: 86 miliardi secondo i calcoli dell’Università Bocconi, che ha valutato 28 controllate dirette del Tesoro su 33 (vedi tabella); b) le partecipazioni degli enti locali: 24,266 miliardi secondo le stime teoriche di Kpmg usate da Astrid; infine il patrimonio immobiliare, il più difficile da misurare. E sostanzioso.
In tutto, il mattone pubblico vale circa 475 miliardi, l’82% del «tesoretto di Stato». Di questi soldi, dicono le stime Mef-Astrid, 380 miliardi sono riferiti a case e palazzi degli enti locali (ma solo il 27% può essere venduto, per circa 86 miliardi); 60 sono in immobili dello Stato (dei quali è vendibile il 12%, pari quindi a circa 5 miliardi, stime Mef); 35 vengono dall’edilizia residenziale pubblica, cioè le ex case popolari Iacp (valori catastali, stime Federcasa: se ne può cedere circa il 60%, secondo la Corte dei Conti, quindi 21 miliardi).
Se si aggiungono poi le concessioni che, secondo stime ufficiose potrebbero valere fino a 30 miliardi (circa la metà dagli enti locali), il «tesoro pubblico» sale a 610 miliardi.
Le partecipazioni industriali dello Stato coprono circa il 14% di questo patrimonio e sono quelle sulle quali il governo si sta concentrando per le privatizzazioni. Ma conviene vendere le aziende dello Stato? Dipende da cosa e quanto. Non sono più tutte carrozzoni. La loro redditività media (il rapporto fra il valore della partecipazione e l’utile o la perdita 2012) è del 3%: come dire il costo del debito pubblico. Lo dicono i calcoli per Corriere Economia dell’équipe di Stefano Caselli, prorettore Bocconi. «Vendendo i gioielli di famiglia non faremmo necessariamente un buon affare», dice Caselli. I picchi sono elevati.
Gse e Cassa Depositi
Nella classifica della redditività pubblica il primo posto spetta al Gse, Gestore dei servizi energetici, che tocca il 23% (12 milioni di dividendi al Tesoro, 74 milioni il possibile valore di vendita). Seconda con il 16,95% è la Cassa Depositi e Prestiti (2,853 miliardi di utile 2012), che ha fruttato al Tesoro 801 milioni di dividendi: «Risultato straordinario, vuol dire che funziona bene», dice Caselli. Segue il Fondo Italiano d’Investimento guidato da Gabriele Cappellini con il 15,23% (ma fa caso a sé, non avendo ancora iniziato a dismettere le imprese in portafoglio).
Il Cane a sei zampe
Quarta è l’Eni: redditività all’11,67%, con 170 milioni di dividendi per il ministero dell’Economia (per la sola quota del 4,34%). Significa che il Tesoro farebbe un cattivo affare, se vendesse la sua quota dell’azienda guidata da Paolo Scaroni (il 4,34%, appunto, che vale intorno ai 2,9 miliardi — un altro 25,76% fa capo alla sempre pubblica Cdp). Perché risparmierebbe, orientativamente, 90-120 milioni da interessi sul debito (il 3-4% di 2,9 miliardi), ma perderebbe i 170 milioni di dividendi. Come dire che mancherebbero alle casse pubbliche fra i 50 e gli 80 milioni. «Eni si conferma un investimento eccezionale — dice Caselli —. Ma se la privatizzo, perdo una cosa che mi porta l’11,67%, per risparmiare interessi sul debito pubblico intorno al 3% ».
Bene anche le Poste, con una redditività dell’8,52% (e 250 milioni di dividendi); il Poligrafico con l’8,3%; mentre l’Enel viaggia sotto la media con il 2,75%. Le Ferrovie giunte da poco a guadagnare (381 milioni di utile) galleggiano sull’1,04% (zero dividendi): «I dati confermano che Fs va spacchettata», dice Caselli (e difatti ne verrà privatizzata una fetta, Grandi Stazioni). E l’Enav, il controllore di volo di cui Saccomanni e Letta hanno annunciato la privatizzazione, viaggia sulla sufficienza con il 3,4% (32 milioni di utile, 960 milioni il possibile incasso per il Tesoro secondo i calcoli con il metodo dei multipli). «Certo, ci sono anche le redditività bassissime di aziende delle quali non si capisce la funzione, come Studiare & Sviluppo, 0,72% — commenta Caselli —. Mentre altre, come Sogei, 6,97% potrebbero benissimo operare liberamente sul mercato. Nel complesso è un portafoglio ottimo, che dà una fotografia molto diversa rispetto alle partecipazioni statali anni ‘80. Non è detto che l’equazione «privatizzazioni uguale sviluppo» sia perfetta: può valere in altri mercati, non necessariamente in Italia dove è vero che, senza la privatizzazione del Credito Italiano, oggi non avremmo l’Unicredit, ma sono state un flop la vendita sia di Telecom sia di Alitalia. Il valore pubblico vero sono gli immobili, se si vuole fare cassa bisogna vendere lì. Il patrimonio detenuto attraverso le partecipazioni azionarie riesce a rendere bene e cresce bene».
Sono solo tre, su 28, le aziende pubbliche in perdita: Finmeccanica, la Rai (-244 milioni) e quell’Stm che è però, anch’essa, nell’elenco delle aziende da cedere. Ha una redditività negativa (-23%), ma è quotata in Borsa (-23% in sei mesi) e ciclica. Cedendone la propria parte, ai valori di Borsa del 18 novembre, il Tesoro incasserebbe sui 710 milioni. Se trova un compratore.
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