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Cessioni, controlli dettagliati

Nel calcolare il valore di una cessione di azienda, l’ufficio non può limitarsi a indicare le fonti su cui ha basato il calcolo – nella specie rappresentate da siti internet e giornali locali – ma deve, a pena di nullità, allegare questi atti. A precisarlo è la Cassazione con l’ordinanza 9032 depositata il 15 aprile 2013, che appare particolarmente interessante in quanto affronta una problematica che si riscontra spesso negli accertamenti dell’agenzia delle Entrate.
L’ufficio rilevava, nei confronti di un contribuente, l’omessa dichiarazione della plusvalenza derivante dalla cessione di azienda rappresentata dalla vendita della licenza del taxi. Ne conseguiva l’accertamento di maggior reddito determinato facendo riferimento ai valori dichiarati da altri soggetti operanti nel medesimo settore, a informazioni derivanti da articoli di giornali e vari siti che riportavano i prezzi di vendita delle licenze taxi.
L’accertamento era impugnato presso la commissione provinciale che lo annullava. La commissione regionale, cui si appellava, invece, l’ufficio, ribaltava la decisione e confermava l’atto.
I giudici di secondo grado in particolare evidenziavano che il provvedimento era ampiamente motivato avendo l’ufficio descritto la fonte da cui aveva tratto la certezza dell’avvenuta cessione e riepilogato l’intera vicenda che lo aveva portato, in assenza di dichiarazione dei redditi, a un accertamento di tipo induttivo del valore della cessione. Ancora, era rilevato che nella motivazione erano state indicate sia le disposizioni di legge a base dell’accertamento, sia gli elementi di valutazioni che avevano condotto alla determinazione dell’importo contestato. Stante poi l’omessa indicazione del reddito, l’Agenzia, sempre secondo la Ctr, era legittimata a utilizzare dati e notizie comunque raccolti.
Il contribuente impugnava questa decisione in Cassazione eccependo, tra l’altro, la violazione dell’articolo 7 della legge 212/2000 che impone l’obbligo di allegazione dei documenti citati nell’atto impositivo. In dettaglio, si lamentava che i giudici della Ctr avevano ritenuto corretto sotto tale aspetto l’operato dell’amministrazione finanziaria, nonostante l’allegazione non fosse avvenuta e il provvedimento impositivo faceva generico riferimento a valori dichiarati da altri soggetti e a informazioni riferite ad articoli di giornali e vari siti.
I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso rilevando che certamente l’ufficio aveva la potestà di procedere con una rettifica induttiva, basandosi quindi su dati e notizie comunque raccolti; tuttavia, nel rispetto del l’articolo 7 della legge 212/2000, dovevano essere allegati i documenti ovvero andava riprodotto il loro contenuto essenziale. Nella specie, l’ufficio si era limitato a dare solo generica indicazione degli elementi di valutazione (giornali, siti internet, eccetera) peraltro determinanti nella quantificazione dell’importo ritenuto evaso, senza però dare alcuna possibilità al contribuente di prenderne atto e quindi di difendersi, atteso che nulla era stato allegato e tantomeno era stato riportato il contenuto nell’accertamento. Da qui la decisione di accogliere il ricorso del contribuente e cassare la sentenza di secondo grado.

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