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Cessione fittizia anche se parziale

di Alessandro Galimberti

MILANO
Anche la cessione parziale delle quote di una società può bastare a configurare il reato di intestazione fittizia con finalità di riciclaggio. Inoltre, la (sufficiente) capacità economica di chi riceve i beni o i valori non serve a escludere a priori gli indizi del suo coinvolgimento nell'operazione criminosa.
La Corte di cassazione (Seconda penale, sentenza 13421/12 depositata ieri) dà una stretta ai presupposti del reato di «trasferimento fraudolento di valori» (articolo 12-quinquies del Dl 306/92, misure urgenti per il contrasto alla criminalità mafiosa), annullando un provvedimento del Riesame di Napoli e rimettendo gli atti per una nuova decisione al tribunale campano.
I giudici dell'impugnazione di Napoli lo scorso settembre avevano annullato l'ordinanza di custodia cautelare del Gip nei confronti di due indagati, per l'intestazione fittizia ad altrettanti prestanome di una loro società. La decisione era maturata – scrive la procura nel ricorso in Cassazione – nonostante dalle intercettazioni di uno degli arrestati si capiva come questi trattasse «da padrone» la società ceduta, a dispetto del trasferimento delle quote, e nonostante lo stesso indagato parlasse in diretta della necessità di evitare le iniziative degli inquirenti. Secondo il Riesame, però, l'intestazione fittizia non risultava «provata» da tali indizi, e inoltre le disponibilità economiche delle "teste di legno" rendevano del tutto compatibili l'acquisto delle quote e quindi l'amministrazione della società acquisita.
I giudici della Seconda penale hanno accolto tutti i motivi del ricorso, argomentando che in sede cautelare – e cioè in una fase ancora iniziale dell'indagine – basta «un'elevata probabilità e non una prova certa ed inconfutabile (nel caso di specie, della reale proprietà della società in discorso»). L'annullamento dell'ordinanza operato al Riesame, inoltre, mette in luce due errori di interpretazione della norma incriminatrice (l'articolo 12-quinquies): da un lato ritiene un indizio contrario – al trasferimento fittizio – la mancata prova della sproporzione tra il valore delle quote trasferite e le capacità reddituali degli intestatari effettivi; dall'altro, presuppone che il reato possa essere integrato solo se l'intestazione fittizia sia in toto e non anche solo parziale, «nel senso che le quote di proprietà del bene dovrebbero essere tutte integralmente oggetto di fraudolenta cessione» per dar luogo all'incriminazione.
Ma per la Corte la sproporzione tra valore e reddito è indice di illiceità solo in una parziale lettura, e cioè solo se il valore del bene trasferito è molto più grande del reddito di chi lo riceve (fittiziamente); non è vero però il contrario «atteso che è ben possibile che soggetti pur muniti di redditi significativi possano prestarsi ad operazioni interpositive nell'interesse di chi voglia eludere misure di prevenzione patrimoniali e/o intenda compiere attività di riciclaggio e reimpiego».
Quindi la capacità reddituale dei riceventi è «circostanza di per sè neutra ai fini della prova» di questo reato, anche perché la nozione di una "testa di legno" «impossidente» non è rintracciabile in nessuna norma mentre «la stessa realtà delle organizzazioni criminali dimostra che esse hanno tutto l'interesse a coinvolgere in operazioni interpositorie soggetti che abbiano una propria autonoma capacità imprenditoriale».
Quanto alla intestazione "pro quota", anche qui non c'è nessuna disposizione di legge che preveda il reato solo nel caso di un trasferimento totale di uno o più beni. Nell'ipotesi di trasferimento frazionato, infatti, il "quotista" si pone «rispetto a detto trasferimento, come mero prestanome e in tal caso del reato (…) non muta né l'elemento oggettivo nè quello soggettivo, né l'oggetto giuridico: siffatta condotta è comunque lesiva dell'interesse a che non venga frustrata l'effettività delle norme in tema di misure di prevenzione patrimoniali o di contrabbando e a che siano represse le attività di riciclaggio e reimpiego».

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