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Cessione delle quote ai raggi X

Cessione delle quote: si fa presto a dire elusione. Analizzando le più recenti sentenze emesse dalle corti di merito e dalla Corte di cassazione sembra emergere, con una certa chiarezza, la possibilità per l’amministrazione finanziaria di procedere alla riqualificazione degli atti di cessione totalitaria dei pacchetti azionari trasformandoli in vere e proprie cessioni di azienda. In realtà le operazioni oggetto di riqualificazione da parte degli uffici sono ben più articolate di una semplice cessione di quote che rappresenta in realtà soltanto l’ultimo di una serie di atti.

L’appiglio normativo per una tale operazione di «smascheramento» dell’elusione tributaria è dato dalle disposizioni contenute nell’articolo 20 del dpr n. 131/1986 (testo unico del registro) ai sensi del quale nella tassazione degli atti sottoposti alla registrazione occorre far riferimento non al titolo o alla forma apparente degli stessi, bensì alla loro «intrinseca natura» ed agli «effetti giuridici» dagli stessi prodotti.

Ciò detto occorre quindi precisare che nei casi oggetto di rassegna nella tabella in pagina la cessione totalitaria delle quote è un atto che segue e conclude un iter più o meno complesso che generalmente prevede uno o più atti di conferimento di azienda o di rami di essa. In queste situazioni la riqualificazione dei negozi giuridici di trasferimento dell’intero pacchetto azionario in cessioni di azienda trovano dunque un ulteriore supporto costituito appunto dalla precedente operazione di conferimento degli assets aziendali.

In una tale ottica la riqualificazione della cessione delle quote assume in realtà l’aspetto di una riqualificazione dell’intera operazione messa in atto dalle parti, operazioni preliminari e prodromiche comprese.

Cassazione, sentenza n. 8542 del 29/4/2016. Anche nel caso deciso dai giudici della sezione tributaria della Suprema corte che riguarda una nota casa farmaceutica, la serie di atti soggetti a riqualificazione ex articolo 20 del registro andava ben oltre la semplice cessione delle quote.

Prima di questo atto vi era stato infatti un conferimento di un ramo d’azienda in una società di nuova costituzione della quale si era poi proceduto alla cessione totale delle quote. Per l’Agenzia delle entrate la combinazione di tali atti configuravano un’unica operazione di cessione del ramo d’azienda.

I primi due gradi del giudizio tributario erano totalmente favorevoli alla società ricorrente che vedeva dichiarare nulli gli avvisi di liquidazione emessi dall’ufficio.

Totalmente diverso invece il giudizio della Cassazione.

Secondo i giudici del Palazzaccio, in relazione ad una fattispecie come quella in esame, l’amministrazione finanziaria può riqualificare come cessione di azienda la cessione totalitaria delle quote di una società, senza essere tenuta a provare l’intento elusivo delle parti, attesa l’identità della funzione economica dei due contratti, consistente nel trasferimento del potere di godimento e disposizione dell’azienda da un gruppo di soggetti ad un altro gruppo o individuo (Cass. 24549/2015).

I giudizi delle corti di merito. Per quanto riguarda la giurisprudenza di merito che si è recentemente espressa sulla questione ha fornito diverse interpretazioni e conclusioni tenendo conto delle differenze che ciascuna operazione presenta rispetto alle altre.

È possibile individuare due filoni giurisprudenziali:

– il primo, riguardante l’equivalenza tra cessione di quote e cessione d’azienda, con conseguente assoggettamento a imposta proporzionale di registro;

– il secondo, avente ad oggetto la duplice operazione di conferimento d’azienda e cessione delle quote ricevute quali operazioni assimilate, negli effetti finali, alla cessione d’azienda.

In entrambi i casi il «grimaldello» utilizzato dall’amministrazione finanziaria riguarda l’applicazione dell’art. 20 del dpr 131/86 secondo cui «l’imposta è applicata secondo la natura intrinseca e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente».

Il tema dell’applicabilità dell’art. 20 al tema che ci occupa è stato oggetto di analisi nello Studio n. 170-2011/T del Consiglio nazionale del notariato, secondo cui non appare corretta la ricostruzione operata dall’amministrazione finanziaria, e ciò per diversi ordini di motivi.

In primo luogo, nell’imposta di registro esistono diverse disposizioni in virtù delle quali l’atto è tassato senza tener conto della sua qualificazione ed efficacia giuridica, ragion per cui solo per tali ipotesi sussiste il diritto di disconoscere il comportamento delle parti diretto a conseguire, oltre agli effetti tipici dell’atto, anche effetti diversi e indiretti.

Secondo il Notariato, infatti, nessuna elusione sembra realizzarsi nel caso di specie, poiché si tratta piuttosto di un’ipotesi di legittima scelta di un tipo negoziale invece di un altro.

Attualizzando tale ragionamento, si ricorda che l’articolo 10-bis, comma 4, della legge n. 212/2000 (contenente la disciplina dell’abuso del diritto) prevede che «resta ferma la libertà di scelta del contribuente tra regimi opzionali diversi offerti dalla legge e tra operazioni comportanti un diverso carico fiscale».

L’attività riqualificatoria operata dall’amministrazione finanziaria in applicazione dell’articolo 20 del dpr 131/86 non può in alcun modo travalicare lo schema negoziale tipico nel quale l’atto risulta inquadrabile, altrimenti si perverrebbe ad un’artificiosa costruzione di una fattispecie imponibile diversa da quella voluta e comportante differenti effetti giuridici.

In altre parole, si precisa nello studio del Notariato, non si deve ricercare un presunto effetto economico dell’atto tanto più se e quando lo stesso è il medesimo per due negozi tipici diversi per gli effetti giuridici che si vogliono realizzare.

Non pare infatti sostenibile che gli effetti giuridici delle due operazioni, cessione di quote da un lato e cessione d’azienda dall’altro, siano i medesimi.

Basti pensare che il possessore delle quote detiene solo indirettamente l’azienda, i cui valori anche ai fini fiscali non sono influenzati dal corrispettivo stabilito per il trasferimento della partecipazione, mentre in capo al soggetto che acquista l’azienda i valori dei beni sono acquisiti tenendo conto del loro valore effettivo.

Oltre a ciò si tenga altresì presente che la differente responsabilità tributaria che si genera nelle due operazioni, soprattutto per quanto concerne la possibilità nella cessione d’azienda, di limitare la responsabilità in capo all’acquirente seguendo la procedura dell’articolo 14 del dlgs n. 472/97.

Secondo tale norma, infatti, l’obbligazione del cessionario è limitata al debito che risulta dagli atti dell’Agenzia delle entrate alla data del trasferimento, con la possibilità di ottenere un certificato anche «negativo» che annullerebbe in toto qualsivoglia responsabilità in capo all’acquirente.

Al contrario, nella cessione di quote tale possibilità non sussiste con conseguente piena responsabilità dell’acquirente per eventuali violazioni commesse anche prima del trasferimento.

Andrea Bongi e Sandro Cerato

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