Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Cessione del credito: sì alla revocatoria in caso di fallimento

di Giuseppe Rebecca

La cessione del credito effettuata con funzione solutoria (finalizzata, cioè, a estinguere un debito pecuniario scaduto ed esigibile) è anomala rispetto al pagamento effettuato in danaro o con titoli di credito equivalenti. Pertanto, se non è stata prevista come mezzo di estinzione contestuale al sorgere del debito, è soggetta a revocatoria fallimentare. A ribadirlo la sentenza n. 9388/11 della Cassazione. La pronuncia si riferisce alla vecchia revocatoria, anche se il concetto del pagamento con mezzi anormali è restato pressoché identico anche nella nuova revocatoria. Con quest'ultima espressione si intende l'istituto modificato dai diversi interventi legislativi intervenuti negli ultimi cinque anni (si veda il box sotto).

A tal proposito, va sottolineato che la nuova revocatoria fallimentare è sempre applicabile (in presenza dei presupposti) ai per fallimenti dichiarati dal 17 marzo 2005. Il periodo di riferimento è dimezzato ma è un'opzione tutt'altro che impraticabile. L'attenzione giurisprudenziale si è accesa anche sulla nuova revocatoria con la sentenza 5749/11 (si veda nel dettaglio l'articolo a lato). Tuttavia, nel complesso, le sentenze finora non sono state copiose. Da una parte, ha inciso il dimezzamento del periodo di riferimento che ha ridotto gli atti interessati da revocatoria, dall'altra può dipendere da un comportamento un po' remissivo da parte di molti curatori fallimentari.

Gli interventi legislativi

Con le modifiche intervenute dal 2005, non sono variati l'articolo 64 (atti a titolo gratuito), l'articolo 65 (pagamenti), l'articolo 66 (azioni revocatorie ordinarie) e l'articolo 68 (pagamento di cambiali scadute) della legge fallimentare (Rd 267/1942). Mentre tutti gli altri articoli della sezione III o sono nuovi o sono stati modificati. Le principali modifiche riguardano il periodo sospetto, la misura della sproporzione, le garanzie contestuali create per debiti di terzi e infine, ma solo perché sono poste alla fine dell'articolo 67 della legge fallimentare e le esenzioni.

Le nuove norme si applicano alle procedure dichiarate dopo il 17 marzo 2005, come prevede la norma (in realtà si applicano a procedure dichiarate da quella data). L'impostazione della nuova norma consente di evitare una disparità di trattamento tra procedure iniziate ante riforma e procedure iniziate post riforma. Comunque, sono state diverse le richieste di rinvio alla Corte costituzionale per presunta incostituzionalità; la Cassazione più volte ha però negato l'esistenza dei presupposti.

A complicare la questione è poi intervenuto l'ultimo “correttivo” (Dlgs 169/2007), che ha modificato ulteriormente alcuni articoli e la cui applicabilità è stata limitata alle procedure dichiarate dal 1° gennaio 2008.

Le esenzioni

La prima questione riguarda appunto le esenzioni. L'azione revocatoria è sostanzialmente devitalizzata da una serie di esenzioni: sono ben sette. Secondo la relazione alla norma, le ragioni alle esenzioni vanno lette nell'ottica di «evitare che situazioni che appaiono meritevoli di tutela siano invece travolte dall'esercizio, sovente strumentale, delle azioni giudiziarie conseguenti all'accertata insolvenza del destinatario dei pagamenti».

La dottrina fin da subito ha evidenziato due opposte tendenze; da una parte ritenendo che le esenzioni riguardano solo le revocatorie ex articolo 67 della legge fallimentare (e quindi non quelle di cui agli altri articoli), dall'altra sostenendo che invece si applicano a tutte le azioni revocatorie.

L'arco temporale

Altro aspetto rilevante della nuova revocatoria è il dimezzamento del periodo di riferimento; in particolare aver ridotto il periodo a sei mesi ha necessariamente comportato una drastica riduzione dei casi di possibili revocatorie. Tenuto conto dei tempi necessari per la dichiarazione di fallimento, nel periodo di 6 mesi ante procedura c'è il rischio concreto che pochi saranno gli atti e i fatti revocabili.

Altri paesi hanno preso invece come riferimento la data di presentazione della domanda di fallimento, in proprio o da parte di terzi. Un aspetto importante potrebbe però conseguire dall'applicazione del principio della cosiddetta «consecuzione» delle procedure. Se il fallimento è preceduto da un concordato preventivo, ecco che gli effetti temporali potrebbero riferirsi alla prima procedura: tesi in un primo tempo incerta, ma ora fatta proprio dalla giurisprudenza e anche da parte della dottrina.

D'altro canto, per la revocatoria fallimentare delle rimesse ante riforma ci sono voluti oltre 60 anni per arrivare a una soluzione non certamente definitiva, e nemmeno esaustiva, ma per lo più condivisa.

Anche per questo, uno dei possibili sviluppi potrebbe essere che la riduzione dell'efficacia della revocatoria fallimentare possa portare a un maggior utilizzo della revocatoria ordinaria, che resta pur sempre applicabile in via generale e può rappresentare un valido strumento per rimediare agli atti finalizzati al depauperamento del patrimonio del soggetto poi fallito.

 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Con un’accelerazione tipica delle fasi critiche il sistema bancario sta ridefinendo la sua nuova g...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Siamo poco in ritardo » nella stesura del Recovery Plan italiano. Il premier Giuseppe Conte ammet...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Tre anni di pressoché continua crescita di dividendi globali andati in fumo in un colpo solo, in qu...

Oggi sulla stampa