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Cessione d’azienda: la prova al fisco

di Paolo Meneghetti

Il trasferimento della proprietà di un'azienda tramite contratto di compravendita rappresenta un'operazione che, sotto il profilo accertativo, risulta alquanto delicata attesa la possibilità dell'ufficio di rettificare i valori dichiarati incrementando il gravame fiscale dovuto dalle parti.

La rettifica dell'ufficio non riguarda solo l'imposta indiretta di registro, ma ormai da diversi anni colpisce anche l'imposizione diretta, in forza di un consolidato indirizzo della Cassazione che legittima l'operato dell'ufficio in questo senso, indirizzo inaugurato nel 2002 e più volte confermato successivamente (come da ultimo sostenuto nella sentenza n. 5078/11). Tuttavia, va rimarcato che contro tale orientamento dei giudici di legittimità inizia a profilarsi una diversa interpretazione non solo da parte della dottrina, ma anche della giurisprudenza di merito (Ctp Milano, sentenza 202/2010) che induce a sperare in un possibile "ripensamento" da parte della Suprema corte.

L'unicità dell'accertamento

La sentenza della Cassazione che ha aperto la strada ad accertamenti di congruità sul prezzo dichiarato per la cessione d'azienda è la n. 4117/2002. In tale occasione la Suprema corte ha introdotto il concetto di legittimità dell'accertamento da parte dell'amministrazione finanziaria oltre che sul valore venale dichiarato ai fini dell'imposta di registro, anche sulla congruità del prezzo dichiarato dal contribuente per la cessione.

Pur ammettendo l'inesistenza di un vincolo giuridico, secondo cui un valore divenuto definitivo ai fini di un'imposta, lo sia anche ai fini di un'altra imposta, la Corte ricavava questo assunto dai principi costituzionali. Il valore accertato dall'amministrazione finanziaria ai fini applicativi di un'imposta comporta che la stessa amministrazione anche nell'ambito applicativo di altri tributi, ove i fatti economici siano i medesimi e le singole leggi d'imposta non stabiliscono differenti criteri di valutazione, debba pervenire a uguali importi sotto il profilo delle determinazione dell'imponibile. In definitiva il dato accertabile ai fini dell'imposta di registro, cioè il valore, viene trasferito al comparto delle imposte dirette, lasciando al contribuente l'onere di provare, anche con le scritture contabili, che il prezzo effettivo sia inferiore rispetto al valore accertabile. Quale sia, poi, l'effettiva rilevanza probatoria delle scritture contabili non è ben chiaro, poiché è facile immaginare che in tutti gli atti il prezzo dichiarato trovi conferma nelle scritture contabili, per cui se l'accertamento sul prezzo fosse smontabile semplicemente esibendo le scritture contabili il problema non sussisterebbe. Ma il timore è che dalle scritture contabili si pretenda qualcosa in più sul piano probatorio che non risulta semplice individuare.

Le tesi contrarie

Contro questa tesi si pronuncia larga parte della dottrina, basti ricordare la norma Adc 171 («Rilevanza ai fini delle imposte dirette del maggior valore definito ai fini dell'imposta di registro in caso di cessione d'azienda») che enfatizza i diversi presupposti da cui muovono l'imposta di registro e l'imposta sul reddito, rispettivamente il valore e il prezzo. Ma recentemente si aggiunge a questo filone interpretativo anche una autorevole pronuncia della Ctp di Milano, sentenza 202 del 2010, in cui si afferma che la circostanza che ai fini dell'imposta di registro l'acquirente abbia definito un certo valore più elevato del dato dichiarato non vincola il cedente a ritenere fondato quel maggior valore ai fini delle imposte sul reddito.

In modo esplicito la citata sentenza afferma: «Quindi detto valore, calcolato ai fini del registro non può essere assunto tout court quale elemento di prova nell'ambito degli accertamenti ai fini dell'imposta sui redditi… Gli accertamenti presuntivi basati sull'applicazione automatica della definizione di maggiori valori ai fini del registro, non possono trovare validità anche sul versante delle imposte dirette».

Certo è ancora presto per dire che siamo di fronte a un'inversione di tendenza, però non può non essere rimarcata l'importanza di questa pronuncia che determina un'inversione dell'onere probatorio: non è il cedente che deve dimostrare la veridicità e la fondatezza del prezzo di cessione, ma è l'ufficio che se vuole rettificarne l'importo deve munirsi di elementi probatori ulteriori rispetto alla semplice constatazione che ai fini dell'imposta di registro il valore dell'azienda sia superiore rispetto al dato dichiarato in atto.

 

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