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Cessione d’azienda fallita, valore bloccato

Per le cessioni d’azienda eseguite nell’ambito di una procedura di fallimento, il valore di trasferimento dichiarato e tassato come base imponibile per l’imposta di registro non è soggetto a eventuale rettifica da parte dell’Agenzia delle entrate, essendo la fattispecie assimilabile a quella disciplinata dall’articolo 44 del Tur, che tratta delle espropriazioni forzate e dei trasferimenti coattivi. È l’interessante principio che si legge nella sentenza n. 1244/02/18 della Ctr Lombardia. L’Agenzia delle entrate aveva liquidato una maggiore imposta di registro in senso a una cessione d’azienda, in cui la parte cedente era rappresentata da una società sottoposta a procedura di fallimento. Il ricorso contro tale atto era stato accolto dalla Ctp di Milano e l’amministrazione finanziaria si era rivolta ai giudici regionali per ottenere la riforma della sentenza di prime cure. Anche la decisione d’appello, tuttavia, ha condiviso le argomentazioni enunciate dalla ricorrente e fatte proprie dall’organo di prima istanza.In particolare, la Ctr osserva che la cessione operata nell’ambito di una procedura fallimentare avviene sotto il controllo degli organi della procedura e, in particolare, viene autorizzata dal giudice delegato. Dunque, pur non essendo assimilabile, sotto il profilo giuridico, a una procedura di espropriazione forzata, lo è sotto il profilo degli effetti tributari a essa connessi, posto che il valore di vendita deriva da un procedimento sottoposto a vaglio giudiziale. All’uopo, il collegio regionale meneghino ha ritenuto di poter estendere la disciplina prevista dall’articolo 44 del dpr 131/86, nell’ambito dell’imposta di registro, norma riferita a «Espropriazione forzata e trasferimenti coattivi» e secondo cui «la base imponibile è costituita dal prezzo di aggiudicazione» per le vendite in espropriazione forzata, o «dall’ammontare definitivo dell’indennizzo», in caso di espropriazione per pubblica utilità.

Ciò rende, dunque, inapplicabile gli articoli 51 e 52 del dpr 131/86, che consentono agli uffici di rettificare il valore delle cessioni d’azienda, con addebito di una maggiore imposta di registro, sulla scorta del «valore venale in comune commercio». L’appello dell’Agenzia delle entrate è stato quindi respinto, mentre nulla è stato disposto per le spese, poiché la parte appellata non si è costituita.

Nicola Fuoco

( ) L’appellante censurava l’impugnata sentenza per i motivi specifici qui di seguito riportati. «Erroneo convincimento del giudice in ordine all’applicazione dell’art. 51, dpr 131/1986» ( ) Con il primo motivo di gravame l’Ufficio lamenta l’erroneo convincimento del giudice in ordine all’applicazione dell’art. 51, dpr 131/1986, facendo presente che la cessione, di cui trattasi, non è avvenuta a seguito di procedura di pubblico incanto, bensì a trattativa privata a mezzo dei legali delle parti, Quindi, a suo dire, non è applicabile, al caso di specie, l’articolo 44 – Espropriazione forzata e trasferimenti coattivi del dpr n. 131/1986 e pertanto ribadisce che tale circostanza non vincola in alcun modo l’Amministrazione finanziaria ai fini della valutazione di congruità del prezzo di cessione rispetto al valore di mercato.

È doveroso evidenziare che la contribuente ha allegato al ricorso introduttivo della controversia l’atto di risoluzione del contratto di affitto di azienda con connesso atto di vendita d’azienda con riserva di proprietà, rogato in data 21 luglio 2015 dal notaio dottoressa V. M., per il prezzo complessivo pari a 512.516,00, cosi come fissato e autorizzato in data 30 giugno 2015 dal giudice delegato al fallimento, previa istanza inviatale telematicamente in data 29 giugno 2015 dal curatore avvocato R. M. I giudici di prime cure, senza esitazione alcuna, addivenivano scrupolosamente alla decisione di accoglimento del ricorso, che qui da questa Commissione viene totalmente condivisa, perché priva di qualsivoglia difetto, sia in fatto, sia in diritto, affermando, tra l’altro, che «il Collegio, letti gli atti ed esaminati i documenti di causa, rileva che, se è vero che l’atto di trasferimento dell’azienda oggetto di rettifica è stato un atto non riconducibile a una procedura di espropriazione forzata o comunque un trasferimento coattivo, è altrettanto vero che si trotta di una cessione comunque inserita in una procedura concorsuale e, come tale, svolta sotto lo stretto controllo del curatore, degli organi della procedura e del giudice delegato. Inoltre, a ulteriore rafforzamento del loro convincimento, precisavano che «Ciò rende pienamente legittima la assimilazione della fattispecie a quella dei trasferimenti coattivi e l’applicabilità della norma dell’art. 44, dpr 131/1986, con la conseguente illegittimità dell’atto impugnato che va quindi annullato, ritenendosi assorbite nella pronuncia di accoglimento del ricorso tutte le altre eccezioni.

P.Q.M. La Commissione rigetta l’appello e conferma l’impugnata sentenza.

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