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Cessione con perdita di impiego

Anche se il licenziamento orale intimato a una dipendente prima dell’attivazione di una procedura di trasferimento di aziendaviene dichiarato inefficace dal giudice, la lavoratrice non ha diritto alla ricostituzione del rapporto alle dipendenze della società che ha acquisito il ramo. Questo, però, si verifica se la cessione del ramo d’azienda è intervenuta in forza di una delle situazioni – quali richiamate, tra l’altro, dal comma 5 dell’articolo 47 della legge 428/1990 (fallimento, concordato preventivo, liquidazione coatta, amministrazione straordinaria) – in cui è consentito derogare alle tutele previste dall’articolo 2112 del codice civile. Così ha stabilito la Cassazione nella sentenza 5180/2015.
La regola generale fissata dal codice è che, in presenza di un trasferimento d’azienda, quale che sia il mezzo tecnico-giuridico utilizzato, i lavoratori che vi sono addetti transitano senza soluzione di continuità alle dipendenze dell’impresa cessionaria e mantengono inalterati tutti i diritti e le condizioni che connotavano il rapporto di lavoro presso il soggetto cedente.
In forza di successivi interventi di legge è stato previsto che, qualora il trasferimento riguardi aziende che versano nelle particolari condizioni specificamente individuate dal comma 4 bis e dal comma 5 dell’articolo 47 della legge 428/1990, sia possibile derogare alle previsioni dell’articolo del 2112 codice civile, sia nel senso che il trasferimento possa riguardare solo una parte della forza lavoro occupata nel ramo d’azienda ceduto, sia nel senso che ai dipendenti oggetto di trasferimento non siano mantenute le precedenti condizioni contrattuali. Condizione necessaria e imprescindibile perché possa attivarsi la deroga è che in sede di consultazione sindacale sia stato raggiunto un accordo circa il mantenimento, anche parziale, dell’occupazione.
Tra le situazioni ricomprese dalla disciplina derogatoria dell’articolo 2112 del codice civile rientra quella del trasferimento operato da imprese nei confronti delle quali vi sia stata omologazione di concordato preventivo consistente nella cessione di beni, che costituisce la specifica ipotesi sulla quale è stata chiamata a pronunciarsi la Corte di cassazione con la sentenza 5180.
La società cessionaria, nota impresa attiva nel settore della vigilanza, aveva acquisito il ramo d’azienda dal commissario liquidatore di una società in concordato preventivo omologato e aveva sottoscritto, in tale ambito, un accordo sindacale in deroga al regime di continuità di tutti i rapporti di lavoro, nel quale si prevedeva di limitare il passaggio al soggetto cessionario dei soli dipendenti della cedente in concordato preventivo risultanti a tala data.
La Suprema corte osserva che, poiché la lavoratrice licenziata oralmente non figurava tra i dipendenti ricompresi nell’accordo sindacale, alla medesima non poteva essere applicato il diritto a essere trasferita alle dipendenze della società cessionaria. Sotto tale profilo la Corte pone in rilievo la circostanza che proprio a causa dell’intimato licenziamento orale, quando è stato raggiunto l’accordo sindacale, la lavoratrice non figurava nell’organico aziendale.
Per tale ragione, la lavoratrice licenziata verbalmente prima del trasferimento non poteva vantare la ricostituzione del rapporto di lavoro presso il soggetto cessionario, anche se, a seguito di un successivo giudizio, il provvedimento espulsivo era stato dichiarato inefficace.

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