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Cerved al ritorno sugli Npl: «Shopping in Italia e fuori»

Un paio di anni fa, l’idea di uscire progressivamente dal business dei crediti deteriorati. Oggi, a sorpresa, l’inversione di rotta: Cerved torna sui propri passi e si riposiziona sul mercato degli crediti non performing con l’intenzione di investirvi in maniera significativa. «Vogliamo crescere a doppia cifra anche con acquisizioni mirate in Italia e all’estero», annuncia a Il Sole 24Ore il ceo Andrea Mignanelli.

Non capita di frequente che una società cambi in rapida successione, e in direzioni opposte, la propria strategia su un business su cui è sempre stata attiva, peraltro con successo. Eppure è ciò che sta succedendo a un gruppo del calibro di Cerved. Divenuto tra il 2015 e il 2019 uno dei principali operatori del credit management – anche grazie alla firma di accordi con investitori e banche, e all’acquisto delle piattaforme di gestione crediti di Mps e PopBari -, nell’ultimo biennio il gruppo aveva optato per la marcia indietro: troppo scarsa, a giudizio del management, la valutazione specifica che il mercato riconosceva all’attività nei crediti deteriorati sul perimetro complessivo dell’azienda. La società, ai tempi quotata, è infatti specializzata anche in altri segmenti come la fornitura di soluzioni per la gestione del rischio grazie ai dati e agli analytics. «Il rischio di confondere gli investitori era alto – dice Mignanelli -. Negli anni eravamo cresciuti così tanto che il mercato non apprezzava sufficientemente il lavoro che facevamo sui deteriorati, e dunque non eravamo pienamente riconoscibili e confrontabili con altri operatori».

Da qui la decisione di spegnere i motori del business Npl: tra il 2019 e 2021 i ricavi del credit management scendono del 17% mentre l’Ebitda si assottiglia del 45%, complice anche la pandemia. Sembra un percorso tracciato. Invece, a marzo dello scorso anno, lo scenario cambia di colpo: su Cerved arriva a sorpresa l’Opa di Castor Bidco, il veicolo che fa capo alla Ion del finanziere italo-londinese Andrea Pignataro. La scalata da quasi 2 miliardi va a segno e Pignataro, oramai azionista di controllo, a febbraio 2022 opta per il delisting della società dalla Borsa. Ora che Cerved è fuori dalle attenzioni di analisti e degli investitori, dice Mignanelli, «i vincoli che c’erano prima sono venuti meno e possiamo tornare a investire in un settore per noi particolarmente interessante».

Da qui, dunque, la decisione recente di partecipare alla gara per la piattaforma Rev, oggi sotto il controllo Banca d’Italia: l’offerta di Cerved, selezionata tra le 16 iniziali, nei giorni scorsi è finita in lizza insieme a quella di Gardant (nata dal riassetto di Credito Fondiario) e di Axis per la scelta finale che avverrà tra qualche settimana. Ma per Mignanelli è solo l’inizio di un percorso di rilancio. «Puntiamo all’acquisto di piattaforme ma siamo anche flessibili su eventuali coinvestimenti in portafogli di crediti dato il nostro nuovo azionista Ion».

Si guarda in particolare al mondo degli Utp, dove Cerved intende valorizzare la carta delle banche dati, uno degli elementi di forza del gruppo. «Avere i dati è utile per poter capire se e come un’azienda può tornare in bonis e per definire la strategia migliore per rilanciarla o se invece serve liquidarla», aggiunge il manager. L’auspicio dei vertici ora è di continuare a crescere «sui ricavi nel credit management a doppia cifra come avvenuto fino al 2019».

Ma accanto alla crescita organica, l’intenzione è di accelerare lo sviluppo anche intercettando occasioni d’acquisto sul mercato. Nel risiko dei servicer «certamente non saremo venditori: potremmo essere invece aggregatori. Guardiamo a operatori di nicchia, in settori che non copriamo, in tipologie di crediti in cui siamo meno presenti». Una prospettiva di crescita che guarda anzitutto all’Italia ma che potrebbe avere risvolti anche all’estero, dove Cerved già è attiva. «Abbiamo business in Grecia e Romania ma ora vogliamo estendere la presenza ad altri paesi europei, come Francia, Germania e Spagna».

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