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Cercasi rating su misura per le Pmi

di Chiara Bussi

C'è una zona d'ombra che il rating non riesce a individuare per valutare il profilo di rischio delle Pmi. La stella polare che guida le banche e consente di passare le imprese ai raggi X per decidere se e a quali condizioni aprire i rubinetti, non basta per intercettare la traiettoria dei "piccoli" che cercano di cogliere la ripresa.

Se ne sono accorte le banche, che stanno lavorando alla ricerca di nuovi modelli di valutazione. E lo chiedono a gran voce anche le imprese. L'ultima conferma arriva da un progetto-pilota realizzato dalla società di consulenza Alétheia e già applicato in uno dei maggiori gruppi bancari. Una sorta di stress test su un campione di 500 piccole e medie imprese per mettere a confronto il rating tradizionale con un nuovo modello basato sulla valutazione "esperienziale" dei progetti dell'azienda.

I risultati parlano chiaro: nel 27% dei casi i giudizi ottenuti con il nuovo modello sono stati peggiori delle valutazioni automatiche espresse dal rating, mentre nel 17% dei casi sono stati migliori. Per il 56% delle Pmi sotto esame, invece, il voto è rimasto invariato. «Il rating – spiega il presidente di Athéleia, Franco Rebuffo – mostra il posizionamento dell'azienda, ma non racconta il suo percorso di sviluppo: si basa su una serie di dati di cui il bilancio annuale è l'estrema sintesi, che richiedono tempo per la loro rielaborazione: esiste così uno scarto temporale, una sorta di blackout che non consente di cogliere la situazione in divenire». Occorre dunque «integrare un modello tradizionale basato su un algoritmo con un'istantanea sull'esperienza dell'azienda», dice Rebuffo, che illustrerà il suo progetto nel corso di un convegno dedicato al tema del «Credito alle imprese in tempi di instabilità», domani nella sede di Assolombarda a Milano.

Nelle banche è già iniziato il percorso alla ricerca di nuove costellazioni per farsi guidare alla scoperta delle Pmi e dare maggior voce agli aspetti qualitativi del rating. Così, oltre al classico foglio excel con l'algoritmo che riassume i dati di bilancio, è sempre più frequente un questionario sui rischi del business e viene dato un maggiore peso al giudizio del gestore che rappresenta l'interfaccia della banca con l'azienda. Intesa Sanpaolo, dice Carlo Berselli, responsabile della direzione marketing imprese, «ha realizzato modelli di rating con componenti che assumono pesi differenti a seconda delle dimensioni della controparte: ciò comporta, che per quelle piccole e piccolissime, che non presentano bilanci particolarmente strutturati, il rapporto e il giudizio del gestore è un elemento di particolare rilievo. Così, al di là del bilancio, per considerare l'erogazione del credito prendiamo in considerazione anche i piani di sviluppo, i progetti, il livello di innovazione, il management, oltre alla capitalizzazione e alla struttura finanziaria. Ma sono importanti anche le storie dell'azienda e la relazione e la conoscenza che sviluppano la fiducia».

La classificazione dei rischi della galassia del credito cooperativo, afferma il direttore generale di Federcasse, Sergio Gatti, «punta a evitare la spersonalizzazione del processo del credito, soprattutto per le Pmi ed è fondato su una profonda conoscenza delle strutture socio-economiche locali e sull'intensità delle relazioni con la clientela».

Le imprese riconoscono gli sforzi del sistema bancario e si interrogano sulla necessità di un nuovo linguaggio tra i due attori in scena. «Il contesto economico attuale – spiega il presidente di Assolombarda, Alberto Meomartini – rende indispensabile un atteggiamento particolarmente attento alla selezione del credito, ma questa selezione dev'essere intelligente». Il mondo imprenditoriale, prosegue il presidente di Assolombarda, «talvolta soffre di rapporti discontinui con il settore bancario: serve un linguaggio comune e una buona dose di elasticità». Negli ultimi due anni a livello nazionale, così come in Lombardia, sono stati fatti «importanti passi avanti per ridurre le asimmetrie tra i due mondi e uniformare il linguaggio». Tra questi, Meomartini cita lo sportello "Più trasparenza e più fiducia" creato da Assolombarda per aiutare le Pmi a presentarsi in modo diverso davanti alle banche sottolineando gli aspetti qualitativi dell'impresa. «È un percorso continuativo – precisa – che non si esaurisce qui ed è fortemente ancorato al territorio».

I lavori sono in corso, dunque, ma per gli esperti che seguono da vicino il mondo dei "piccoli" serve uno slancio aggiuntivo. Per Stefano Manzocchi, direttore della Luiss Lab of European Economics, «la tendenza in atto è un segnale importante, ma al di là delle dichiarazioni d'intenti le banche devono dimostrare che vogliono davvero "sporcarsi le mani" con le Pmi. Devono saper valutare meglio i progetti dei "piccoli" lungo due direttrici: il capitale umano e la gestione da un lato e i mercati di riferimento dall'altro». Per farlo è però necessario un salto culturale, conclude Paolo Preti, docente di organizzazione delle Pmi all'Università Bocconi di Milano: «Il rapporto personale tra banca e impresa non deve essere limitato alle senzazioni e alle intuizioni, non servono burocrati, ma operatori dotati di cultura imprenditoriale che sappiano valutare l'impresa al di là dei numeri».

 

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