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Cercasi manager disperatamente

Non scambiatela per un’agenzia di lavoro interinale, Bankitalia fa un altro mestiere. Al massimo arriva a definire dei profili, non entra nel merito dei nomi. Ma è indubbio che l’istituto di via Nazionale negli ultimi mesi abbia più volte dovuto indicare la strada alle banche controllate. Un ruolo di king maker, secondo alcuni, ma sempre nel profondo rispetto delle autonomie altrui. La crisi ha acuito il senso di difficoltà che traspare dai bilanci e in molti casi la conflittualità interna ha portato a situazioni di estrema pericolosità. In meno di due anni, sono 12 le banche in amministrazione straordinaria in Italia, molte ma non tutte sono Bcc, Banche di Credito cooperativo. Si va da Alberobello a Ospedaletto Euganeo, da Bene Vagienna alla Due Mari di Calabria, dalla Bcc San Francesco a quella Del Veneziano, fino a Monastier. Passando per l’Istituto per il Credito Sportivo. Ma ci sono anche Banca Tercas, ovvero la Cassa di risparmio della provincia di Teramo, la Banca Popolare di Spoleto, la Cassa di Risparmio di Ferrara e la Banca delle Marche.
Poi, ci sono quelle in difficoltà: chi per governance (PopMilano su tutte), chi per patrimonio (Carige deve trovare 700 milioni entro la fine dell’anno…). Per questo la voce della Banca d’Italia si fa sentire sempre più spesso.
«Sliding doors»
Il recente doppio passo di Piero Luigi Montani va letto proprio in questo senso. L’amministratore delegato della Popolare di Milano ha completato l’opera di risanamento della popolare più chiacchierata d’Italia, ma interrotto il rapporto sei mesi prima della fine naturale del proprio mandato. «Non sono interessato a certe partite — ha detto Montani — sono arrivato a Milano per riportare Bpm alla redditività. È quello che ho fatto, in 14 mesi. Ora tocca ad altri». Doveva essere il turno di Giuseppe Castagna, già portato nella sede di via Meda per un «incontro conoscitivo», ma l’ex top manager di Intesa Sanpaolo è stato al momento congelato. Al posto di Montani è stato indicato Davide Croff, già membro del consiglio, da un paio d’anni nel Comitato crediti, una lontana esperienza da amministratore delegato della Bnl. Di certo un uomo che conosce bene la Popolare di Milano e in piena sintonia con il presidente Andrea Bonomi. Sarà lui a portare avanti il testimone fino alla scadenza del mandato? È possibile. Ma intanto deve accelerare. Se Montani ha raddrizzato i conti, chiudendo la semestrale con 105 milioni di utile netto — e ha lasciato firmando il bilancio al 30 settembre con buoni risultati — martedì 12 novembre il cda della Milano dovrà presentare il piano industriale e il progetto di governance. Bonomi si gioca molto: Croff non può sbagliare.
Lanterne
E Montani? Torna a Genova, dove la Carige prima ha congedato il presidente della banca e ora si appresta a salutare il presidente della Fondazione. Giovanni Berneschi e Flavio Repetto sono i due poli di una mappa che ora deve trovare un altro centro di gravità permanente. Montani è genovese, qui ha iniziato a lavorare nel 1974, era il Credito Italiano, nella sede di Piazza De Ferrari. Quaranta anni dopo deve trovare il modo di riportare l’ex Cassa di risparmio di Genova in carreggiata. C’è riuscito a Novara, a Padova con l’Antonveneta, a Milano. Non c’è garanzia di ottenere risultati simili, nel futuro, ma il profilo di Montani ricalca perfettamente quello disegnato dal king maker di via Nazionale.
Bankitalia deve poi fare i conti con tutte le altre banche in difficoltà. Carige e Pop Milano mettono assieme oltre 1.300 sportelli e rappresentano due dei tre vertici di quello che è stato il triangolo industriale italiano. Ma Banca delle Marche con 300 sportelli e 3 mila dipendenti non può essere considerato un istituto di piccole dimensioni: è centrale per una delle aree a maggior vocazione manifatturiera d’Italia, ed è di rilevanza nazionale se perde più di 526 milioni in un anno. Il rischio era non intervenire subito, ma dal 25 ottobre Banca delle Marche è in amministrazione straordinaria. Si avvicina l’inverno, per alcuni sarà più rigido che per altri.

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