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Centri per l’impiego, 11.600 assunzioni per rilanciare il lavoro E all’Anpal salta Parisi

Sembra questione di giorni l’uscita dall’Anpal di Domenico Parisi, il controverso presidente dell’Agenzia delle politiche attive chiamato dal Mississippi dal governo gialloverde nel 2018. L’Avvocatura dello Stato sta per pronunciarsi sulle compatibilità fra i suoi molti incarichi (è anche amministratore unico di Anpal Servizi, la società controllata dall’agenzia). Se anche Parisi uscisse indenne, il governo è pronto a nominare all’ente un commissario. Probabilmente già in settimana. Quindi entro una ventina di giorni dovrebbe arrivare un decreto che, in sostanza, sposta le funzioni di base dell’agenzia all’interno del ministero del Lavoro e mette fine alla sua autonomia. Sarebbe il ministro a coordinare con le Regioni, che ne hanno competenza, l’assetto dei circa 500 Centri per l’impiego d’Italia.

Non sarà semplicemente l’ammainarsi di una bandiera dei 5 Stelle, quella del reddito di cittadinanza come risposta per trovare lavoro ai disoccupati tramite i «navigator». Quell’idea prese forma all’inizio della legislatura e non ne vedrà la fine. Ma la svolta del governo di Mario Draghi sull’Anpal è in realtà soprattutto la prima mossa di una corsa contro il tempo. Dai prossimi mesi, serve ciò che nel suo modello di welfare ormai vecchio di mezzo secolo l’Italia non ha mai avuto se non in dosi minime: un sistema che sostenga attivamente i disoccupati, li prenda in carico, dia loro una formazione e li aiuti a ritrovare un posto. Mai come oggi questa infrastruttura è necessaria, perché il Paese si avvia al ritiro graduale delle moratorie bancarie e (in seguito) delle garanzie pubbliche sul credito. Cerved, la società di dati e analisi di mercato, vede a rischio mezzo milione di posti di lavoro in un milione di piccole e medie imprese beneficiarie di garanzie sul credito per quasi cento miliardi di euro. L’innesco di questa nuova stagione può scattare al termine di quello che gli economisti Guido Romano e Fabiano Schivardi chiamano «uno stato di sospensione dalle regole ordinarie». Altri economisti, fra cui Carlo Altomonte, Andrea Garnero e Fabrizio Pagani, stimano in un’analisi per «Minima moralia» che le crisi da sovraindebitamento aziendale legato a Covid possano costare nei prossimi mesi almeno 220 mila posti in più, rispetto a quelli che si sarebbero persi in un anno ordinario.

Il ministro

Orlando convocherà a breve un tavolo per la riforma accelerata delle politiche attive

Il blocco dei licenziamenti, anche prorogato, è dunque un argine che non tiene. Serviranno comunque risposte per i nuovi disoccupati delle imprese destinate a chiudere. Entro due settimane il ministro Orlando convocherà un tavolo di confronto con le Regioni e le parti sociali, ma le linee di fondo delle politiche per il lavoro sono già delineate con l’assenso di Draghi. In primo luogo, le risorse non mancano: mezzo miliardo di euro in legge di bilancio e — ad oggi — 5 miliardi nelle bozze del Recovery, in parte anticipabili dal governo nei prossimi mesi. Orlando in realtà punta soprattutto a rafforzare le strutture pubbliche dei Centri per l’impiego che oggi — calcola Garnero dell’Ocse — sono fra le più sguarnite d’Europa. Il ministro del Lavoro ritiene che gli oltre duemila «navigator» lanciati dal governo gialloverde abbiano buone professionalità, fin qui usate male, quindi mira a preservarli oltre la loro scadenza di fine anno. Ma soprattutto il governo si appresta a assumere altri 11.600 nuovi addetti ai servizi di collocamento.

Niente di tutto questo andrà in funzione rapidamente, quindi per i prossimi mesi il governo pensa di offrire assegni alle agenzie private che formino e ricollochino i disoccupati. L’affiancamento di una rete di operatori di mercato, secondo alcuni tecnici nel governo, è in realtà la risposta più efficace. A maggior ragione viste le carenze evidenti dei Centri per l’impiego regionali. Orlando preferisce invece rafforzare il sistema pubblico e su questo nel governo si discuterà accanitamente. Di certo la cassa integrazione verrà allargata in modo strutturale alle imprese più piccole, che potranno invocarla anche nelle fasi di transizione «digitale» o «verde» per formare i dipendenti su nuove tecnologie.

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