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Una, cento, mille nuove professioni contro il posto fisso

Non è finito il lavoro, come profetizzato da un celebre saggio di Jeremy Rifkin nel lontano 1995, ma il posto fisso. Il Covid-19 e le sue conseguenze hanno accelerato e reso irreversibile un processo che era sicuramente in atto da anni: la fuoriuscita di masse di lavoratori dalle fabbriche e dagli uffici e, in parte, la loro precarizzazione. È sotto gli occhi di tutti che si stanno affermando nuove modalità di lavoro, impensabili fino a qualche anno fa (tutte con denominazione in inglese, quasi a sottolineare la matrice culturale di questo processo): employee sharing, job sharing, interim management, casual work, Ict-based mobile work, portfolio work, crowd employment, collaborative employment e così via, in una serie che potrebbe essere quasi illimitata. Tutte modalità di impiego caratterizzate da grande flessibilità e adattamento da parte del lavoratore alle esigenze delle imprese.

La centralità operaia di 50 anni fa è andata a farsi benedire, per il semplice fatto che gli operai sono diventati una minoranza. Non è un caso che la categoria che più si è fatta sentire negli ultimi anni è stata quella dei rider (non quella dei metalmeccanici). Il lockdown ha poi trasformato quella che era un’esperienza abbastanza marginale in un fenomeno di massa, che ora dovrà essere in qualche modo regolamentato: il lavoro da remoto. Secondo una recente ricerca condotta da Microsoft la quota di imprese che ha adottato il lavoro agile in conseguenza delle restrizioni imposte dalla pandemia è passata dal 15% del 2019 al 77% del 2020. Molte abitazioni si sono trasformate in ufficio. Con il conseguente adattamento dei rapporti umani a nuove forme di relazioni mediate dalle tecnologie informatiche. E non è detto che, una volta superato il problema della pandemia, tutti questi lavoratori rientreranno nei loro uffici. Anzi, il ritorno allo status quo è considerato da tutti gli esperti del tutto improbabile. La maggior parte delle imprese si sta già organizzando, infatti, per un meccanismo di lavoro a distanza a rotazione per la maggior parte dei propri impiegati. Ma il processo di trasformazione del mondo del lavoro è ben più profondo e radicale, e la direzione è quella che va verso un lento ma costante inaridimento del lavoro dipendente ed una crescita di varie forme e contratti di collaborazione. Verso la nascita di nuove professioni e l’abbandono di altre. Secondo un rapporto dell’università di Oxford del 2013, con il quale si cercava di prevedere il futuro del lavoro, sarebbero in pericolo tutti quei mestieri con scarso contenuto intellettuale o che non prevedono un rapporto personale molto forte o una forte imprevedibilità. La conclusione è che circa la metà delle occupazioni attuali rischiano di fare la fine di tante altre che sono scomparse per effetto delle ondate tecnologiche che si sono succedute nel corso della storia umana.

Si tratta di sfide epocali, che avranno bisogno di tempo per essere metabolizzate dalla società e anche dal legislatore. Ma non c’è dubbio che già oggi non si può più ragionare con gli schemi mentali retaggio delle lotte operaie ma che, per riuscire a coniugare nel miglior modo possibile gli interessi delle imprese e dei lavoratori è necessario cominciare a lavorare a una rete di norme, di convenzioni, di abitudini mentali che tengano conto di queste realtà che si sono affermate quasi a nostra insaputa, ma che ora non possono più essere marginalizzate né a livello normativo né culturale.
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