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Cento miliardi per Facebook

di Massimo Sideri

MILANO — È la notizia che tutti aspettavano: Facebook potrebbe sciogliere le proprie riserve sulla quotazione già dal prossimo aprile. A rilanciare l'ipotesi che la principale piattaforma di socializzazione online proceda verso una veloce richiesta di Ipo a Wall Street è stato il Wall Street Journal.
Dall'azienda non è giunto nulla di ufficiale. La decisione finale spetta al fondatore e chief executive Mark Zuckerberg, personaggio a tratti geniale quando non inciampa nelle proprie irrisolte nevrosi adolescenziali. Ma d'altra parte, come reso universale dal film The Social Network, anche la stessa idea di Facebook ha avuto origine dal più classico dei dilemmi giovanili: essere mollati. C'è chi lo considera ancora un passatempo, un trasversale e onnivoro bar dello sport. Faccende che interessano molto a sociologi e intellettuali ma che sembrano poco rilevanti per la comunità finanziaria che vede solo dei numeri mai incrociati prima: 800 milioni di utenti registrati nel mondo. Tempi di permanenza per utente unico, vero rapporto aureo per gli investitori pubblicitari, da fare impallidire Google, giornali online, YouTube, Bing. Quattro miliardi di fatturato, già oltre la vecchia signora della new economy, Yahoo.
Per il 10% di Facebook si ipotizza una Ipo da 10 miliardi, un valore che porterebbe la capitalizzazione della società a 100 miliardi di dollari fin dal suono della prima campanella a Wall Street. Il termine di paragone rimane Google che esordì a 23 miliardi. Nulla è trapelato sulle banche che potranno mettere le mani su una tale commissione spaziale. Ma, se alla fine i documenti per la quotazione dovessero essere depositati presso la Sec, la capofila dovrebbe essere Goldman Sachs. Per i suoi clienti privati la partita è già vinta. La scadenza di aprile 2012 e la stessa ipotesi-rumor di Ipo dipendono infatti dalle mosse di Goldman che, superando di fatto con un proprio veicolo la soglia dei 499 soci — oltre i quali la società in oggetto deve rendere pubblico entro un anno il proprio futuro —, ha avviato la complessa e rumorosa macchina di Wall Street e acceso il guardingo occhio della Sec. La regola del 1964 è chiara e aveva contribuito a «incastrare» anche i fondatori di Google: la società che supera i 499 soci deve quotarsi entro 4 mesi dalla fine dell'anno fiscale in questione.
Proprio lo scorso aprile Goldman aveva acquistato per 500 milioni di dollari (di cui 50 del fondo russo Digital Sky Technologies, partner nell'operazione) l'1% del gruppo di Palo Alto, valorizzando la società a 50 miliardi. La mossa di Goldman fu anche un «piacere» non da poco a Zuckerberg, il cui 25% lievitò così dai potenziali 7 ai 12,5 miliardi. Con una quotazione a 100 miliardi i clienti del veicolo Goldman guadagnerebbero il 100% dell'investimento nel giorno della quotazione e il 27enne Mark si ritroverebbe seduto su 25 miliardi di dollari. D'altra parte, come fatto sapientemente trapelare a suo tempo, Goldman per ingolosire gli investitori aveva parlato in un lunch privato di 1,4 miliardi di fatturato. Una cifra più che triplicata nel frattempo. Resta da capire se l'effetto Facebook sarà tale da scacciare anche da Wall Street i pessimisti sulla situazione macroeconomica Usa e mondiale. Certo, nell'era del digitale tutto cambia. E anche in recessione l'utente «sociale» del web potrebbe decidere di passare ancor più tempo sulla piattaforma. Ma è anche vero che a quel punto verrebbe meno lo scopo ultimo della pubblicità: se guardo e non compro allora io inserzionista che pago a fare?
 

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