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Cellulari, corsa al ribasso per le tariffe

Da Tim (con il nuovo marchio Kena) a Fastweb via a offerte aggressive in attesa della francese Iliad
Tanto attesa dalle compagnie telefoniche, l’inversione di tendenza con una crescita dei “ricavi da servizi” è arrivata. Attenzione però, perché se nel 2016 il telefono ha smesso di piangere, non è detto che non riprenda a farlo, anche prima del previsto.
Dopo un triennio di guerra dei prezzi combattuta sul terreno delle offerte alla clientela nel segmento mobile – di cui i consumatori hanno beneficiato ma che, dall’altra parte, ha messo sotto pressione i conti delle telco – lo scorso anno è arrivata l’inversione di tendenza su una voce, i ricavi da servizi, che è senz’altro un termometro per misurare lo stato di salute industriale del comparto. E così, nella loro attività “caratteristica” (quindi tralasciando correttivi finanziari, efficienze sui costi, ecc.), i quattro principali operatori mobili (gli “Mno” nel frattempo diventati tre perché Wind e 3 Italia sono convolati a nozze dopo un percorso tutt’altro che breve e tutt’altro che semplice) hanno totalizzato 200 milioni di euro in più alla voce “ricavi da servizi”, salita a quota 13,322 miliardi. In termini percentuali la crescita si attesta sull’1,5%, dopo il -1,9% fra 2015 e 2014, anno in cui ad andare in fumo sono stati 258 milioni di euro.
Detta così, sembra niente di tanto particolare. Ma basta riportare indietro le lancette per capire che qualcosa di molto pesante si è abbattuto sul mercato della telefonia mobile. Nel 2012 infatti quei ricavi da servizi erano superiori ai 17,7 miliardi di euro. A fine 2015 erano andati in fumo 4,6 miliardi. A presentare il conto sono stati il combinato disposto di WhatsApp e servizi di messaggistica – che hanno colpito a morte un business redditizio come gli sms – e, appunto, la guerra dei prezzi.
I timori per quella spirale al ribasso hanno ripreso a serpeggiare e tanto più ora che le cose sembrano andare bene sul versante ricavi: nel 2016 si conta un +1,4% per Tim; +1,5% per Vodafone e +1,7% per la società che ora unisce Wind e 3, mentre nel primo trimestre 2017 si è registrato un +2,2% per Tim, +1,4% per Vodafone e -0,7% per Wind Tre (+0,4% però al netto degli effetti di calendario con l’anno bisestile). In un tale contesto c’è preoccupazione tanto più perché il mercato ha al momento un’Arpu (ricavi medi per cliente) a 13,7 euro, quindi non elevato. Altro elemento: nell’ultimo rapporto Asstel era segnalato un -49% nei prezzi della telefonia mobile fra 2011 e 2014, come da analisi condotta con l’Università di Roma Tor Vergata. Il mix di questi due elementi rischia di essere molto pesante se unito a una possibile corsa al ribasso dei prezzi, anche in vista degli investimenti che sono da considerare come basilari sulle tecnologie (upgrade del 4G e 5G) come sui contenuti (fra le varie cose, a quanto risulta al Sole 24 Ore Telecom, Wind Tre e Vodafone sarebbero state anche invitate dalla Uefa a partecipare alla gara sui diritti tv per Champions ed Europa League nel 2018-2021). È in questo quadro che le avvisaglie di nuova guerra dei prezzi – dopo un ritocco all’insù nel corso del 2016 – fanno paura, con gli occhi che finiscono oltreconfine, sulla francese Iliad. L’operatore con il suo marchio Free, che si pone come alfiere del low cost ma anche delle tariffe particolarmente chiare per la clientela (se non altro senza scegliere fra troppe opzioni), è atteso in autunno per uno sbarco in Italia voluto come “rimedio” dalla Ue per la fusione fra Wind e 3.
In questa situazione non ha atteso Tim, prima a partire con l’operatore virtuale (Mvno) low cost Kena. Tre i pacchetti con prezzi dai 3,99 euro ai 9,99 euro mensili. Un pricing aggressivo, a fronte però di limitazioni nella navigazione visto che è assicurato ai clienti Kena il passaggio su rete 3G. Detto questo, occorre considerare che, stando ai dati Agcom, c’è ancora un 46% di schede “non dati” e che, secondo Comscore, un 27% di utenti ha cellulari vecchio stile e non smartphone.
Anche Fastweb ha lanciato la sua sfida nel mobile con l’obiettivo di arrivare al 3-5% del mercato, dalle 800mila sim oggi attive. Per quello che è un Full Mvno su rete Tim, le proposte sono tre, da 9,95 a 14,95 euro e più vantaggiose per chi è già cliente nel fisso, con piani voce e dati (in questo caso su rete 4G). C’è anche un’offerta, ma molto entry level, a 100 minuti e 100 Mb a 1,95 euro (0,95 per i già clienti). Convergenza fisso-mobile e trasparenza sono le parole d’ordine di Fastweb.
A ogni modo i prezzi di tutti sono abbastanza allineati. E nel ragionamento non bisogna dimenticare le cosiddette offerte “below the line”, fatte a singoli e in genere più basse delle tariffe ufficiali. Eppure fra telco e consumatori la maretta non manca, e sembra un paradosso a considerare i dati ufficiali sulla caduta dei prezzi. Ma le proteste – e gli interventi di Antitrust e Agcom – per il passaggio da 30 a 28 giorni per il rinnovo delle offerte di telefonia mobile sottoscritte dai propri clienti sono forse l’esempio più tangibile che sulla comunicazione fra le parti c’è ancora da lavorare. «Vorrei evidenziare – spiega Dina Ravera, presidente Asstel, associazione che rappresenta la filiera delle Tlc – che parliamo di un settore, quello delle Tlc, che dal 2009 ha registrato la più significativa discesa dei prezzi al consumo, per le reti fisse e ancor di più per quelle mobili». A questi «sensibili benefici in termini di prezzo, gli operatori hanno affiancato in questi anni evidenti miglioramenti anche in termini di aumento delle possibilità di scelta e di qualità delle reti. Questo proprio grazie alla vivace dinamica concorrenziale che caratterizza il settore e ai costanti investimenti in innovazione tecnologica da parte degli operatori».

Andrea Biondi

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