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Cedolare per tre proprietari su quattro

Tre proprietari su quattro scelgono la cedolare secca sugli affitti. Secondo le ultime statistiche delle Finanze, i contribuenti che nel 2014 hanno optato per la flat tax sono stati oltre 1,4 milioni su un totale di circa 2 milioni di proprietari di case locate. E anche se i dati ufficiali sulle dichiarazioni dei redditi non sono ancora disponibili, si può già prevedere un ulteriore aumento nel 2015: l’anno scorso, infatti, la cedolare pagata dagli italiani ha superato la soglia dei 2 miliardi di euro, in crescita del 17,9% su base annua.
Rispetto al timido debutto del 2011, la possibilità di chiudere i conti con il fisco pagando il 21% sui canoni liberi (e il 10% su quelli concordati) ha triplicato i beneficiari nell’arco di quattro anni. Un successo che dal punto di vista dei contribuenti si traduce in un risparmio d’imposta tanto maggiore quanto più elevata è l’Irpef sostituita dalla cedolare (che rimpiazza anche le addizionali comunali e regionali, l’imposta di registro e il bollo).
Si può stimare che se i contribuenti avessero dovuto applicare la tassazione ordinaria ai 9,2 miliardi di canone portati in cedolare nel 2014, avrebbero versato poco più di 3,4 miliardi di imposte, anziché 1,75 di tassa piatta. Una differenza di oltre 1,6 miliardi, che però non può essere totalmente considerata come uno sconto fiscale o, viceversa, una perdita per le casse pubbliche.
La cedolare era stata introdotta per favorire l’emersione degli affitti in nero, tanto che «se ne ipotizzava la sostanziale neutralità sul livello del gettito», come ricorda la Corte dei conti nella Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2015.
Di sicuro una parte degli introiti della flat tax sono nuovi di zecca per le casse pubbliche, dato che derivano dall’emersione di locazioni irregolari. Il problema è che non ci sono dati precisi. E così, per i magistrati contabili, «non può essere accantonato il dubbio» che la tassa piatta «si sia trasformata da strumento di contrasto all’evasione a novello regime agevolativo».
Secondo le stime del Sole 24 Ore, per chiudere in pareggio dal punto di vista dell’Erario, il 48,5% dei canoni sottoposti alla cedolare dovrebbe essere frutto di emersione dal nero. La percentuale può sembrare elevata, ma ci sono almeno due indizi di riduzione dell’evasione. Il primo è la sostanziale tenuta dell’Irpef sui redditi fondiari, il cui gettito è rimasto intorno a quota 7 miliardi negli ultimi tre anni.
Il secondo indizio sta nel fatto che la cedolare è cresciuta di più – in percentuale – nelle aree dove è storicamente più elevato il rischio-evasione: tra il 2011 e il 2014 i canoni liberi sottoposti alla flat tax in media sono raddoppiati (+107%), con un versamento pro capite di 1.341 euro all’anno. Ma la crescita è molto più alta in regioni come Campania (+148%), Puglia (+152%) e Sicilia (+164%), fino alle punte del 180% in Sardegna e del 208% in Molise.
Un elemento che andrebbe approfondito è il numero dei nuovi contratti registrati alle Entrate. L’ultimo Rapporto immobiliare residenziale dell’Omi rileva un aumento annuo di oltre 200mila nuove locazioni tra il 2011 e il 2015. Ma il modello di registrazione Rli – che assicura un monitoraggio più preciso – non pare segnalare un balzo delle stipule tra aprile 2014 e fine 2015 . Né sono di maggior aiuto le rilevazioni del rapporto «Gli immobili in Italia»: il numero di case locate è stabile a 2,8 milioni, ma il dato si ferma al 2012.
Ciò che le statistiche permettono di ricostruire con precisione è invece lo sviluppo delle opzioni per la tassa piatta. Anche se gli affitti liberi restano prevalenti, in termini percentuali il vero boom è stato quello della cedolare sui canoni concordati, i cui beneficiari sono quadruplicati dal 2011 sulle ali di un doppio taglio di aliquota (dal 19 al 15% nel 2013 e poi al 10% per il periodo 2014-17).
Se si guarda ai proprietari per fasce di reddito, si vede che la crescita delle opzioni si concentra nel complesso tra i contribuenti che dichiarano fino a 29mila euro all’anno, che sono più della metà dei locatori e oggi costituiscono il 43% di tutti i beneficiari della cedolare. Come si spiega? Da un lato, questi soggetti erano quelli che – all’inizio – potevano avere più dubbi sulla convenienza della cedolare (dubbi che oggi restano fondati solo per chi ha molte detrazioni o deduzioni da giocarsi). Dall’altro, molti contribuenti oltre i 75mila euro annui si sono spostati subito sulla cedolare, ed è logico che l’aumento abbia visto percentuali di crescita relativamente inferiori. Oggi da questa fascia di proprietari – che costuisce l’11,5% dei beneficiari – proviene il 27% dei canoni in cedolare, contro il 24% derivante dai contribuenti con guadagni fino a 29mila euro.

Dario Aquaro
Cristiano Dell’Oste

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