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Cedacri, il piano di Pignataro per creare il terzo polo bancario

Intesa, UniCredit e poi? Le maggiori indiziate per il terzo polo bancario italiano, ritenuto da molti necessario per difendere livelli minimi di concorrenza sul mercato domestico del credito, sono BancoBpm, Bper o i gruppi a trazione francese. Ma servono altre aggregazioni, in un risiko per ora dominato più dai tatticismi che dalle mosse allo scoperto. Sta invece prendendo forma, e rapidamente, il progetto di Andrea Pignataro su Cedacri, piattaforma di outsourcing informatico che l’imprenditore italiano basato a Londra ha comprato insieme a Fsi e ora punta a sviluppare al punto da farne il motore di una realtà capace di portare la propria rete di banche clienti a competere con i big.

Il progetto è stato esplicitato solo in parte, considerata la ormai nota riservatezza di Pignataro. Ma secondo quanto ricostruito da Il Sole 24 Ore attraverso diverse fonti bancarie e istituzionali, è già stato messo a punto prima dell’acquisizione da 1,5 miliardi, in questi mesi è stato condiviso con la Vigilanza e discusso con le 40-50 banche tuttora clienti di Cedacri e in parte ex azioniste. Destinate, a quanto risulta, a diventare il perno della nuova stagione della società forti di una rete di 2.400 filiali (da Sparkasse a Mediolanum, da Popolare Bari a Banco Desio o Cr Asti) e della terza piattaforma bancaria italiana per clienti e attivi, alle spalle di quelle proprietarie di Intesa e UniCredit.

Il piano targato Ion, affidato al cda rinnovato a inizio giugno che ha visto un mix di ricambio e continuità, prevederebbe anzitutto l’integrale trasferimento in cloud dei sistemi informativi Cedacri. Solo un primo passaggio di un progressivo sviluppo dei servizi attuali ma anche per l’implementazione di nuovi e più specializzati, ad esempio la banca online per privati e imprese e l’utilizzo dei big data per la gestione operativa e la profilazione dei clienti. La logica è a matrice, e vedrebbe Cedacri trasformarsi da puro outsourcer a società di prodotti e servizi innovativi offerti a ogni singola banca. A cui resterebbe anzitutto l’ultimo, e imprescindibile, miglio: il presidio del territorio e la cura dei clienti, dove gli istituti medio-piccoli spesso non hanno nulla da invidiare ai leader nazionali.

D’altronde proprio la relativa frammentazione del mercato bancario nazionale avrebbe spinto Pignataro a concentrarsi sull’Italia, ritenuta ideale per sperimentare un modello a piattaforma finora inedito sul segmento retail/Pmi, ma potenzialmente esportabile in giro per l’Europa. Un modello in cui in capo alla banca restano i maggiori oneri (i rischi di credito) ma anche onori, in termini di ricavi; al partner tecnologico il compito di concentrare investimenti e tradurli in servizi scalabili e quindi ad altissima marginalità.

L’idea, a quanto pare, è questa. Ed è di qui che si può cogliere il diverso quoziente di interesse del gruppo Ion per altri asset italiani: da Cerved, su cui è in corso un’Opa, a Illimity, di cui Pignataro ha acquisito (per ora) una quota di minoranza del 10% dopo aver scoperto il sistema in cloud realizzato tutto internamente dal gruppo guidato da Corrado Passera. Lo shopping continuerà? Può darsi. Nelle settimane scorse, ad esempio, sul mercato hanno girato rumors (finora categoricamente smentiti) sull’interesse per BFF.

È probabile che se Ion allargherà il perimetro lo farà solo in coerenza con la vocazione fintech e il progetto del terzo polo. Che intanto sembra aver destato anche l’interesse della Vigilanza, che vede la possibilità di un rafforzamento degli istituti “less significant” senza per forza passare da aggregazioni molto più facili a dirsi che a farsi.

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