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«C’è l’accordo tecnico sulla Brexit»

È arrivato finalmente il momento della verità per la Brexit. La strada è aperta da un lato verso un accordo fra Londra e Bruxelles sui termini del divorzio: ma dall’altro lato tutto è ancora in bilico e la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro, travolgendo lo stesso governo di Theresa May e le speranze di una uscita morbida della Gran Bretagna dall’Unione europea.

Ieri è stata raggiunta un’intesa «a livello tecnico» su un testo legale per disciplinare il divorzio. Questo vuol dire che, dopo un anno di trattative, i due team negoziali hanno prodotto un testo congiunto di ben 500 pagine che mette nero su bianco tutti i dettagli della separazione. Ma ora è necessaria l’approvazione politica: è anche per questo che Michel Barnier, il capo dei negoziatori europei, ha detto che «non ci siamo ancora del tutto».

In ogni caso oggi alle due del pomeriggio, ora di Londra, Theresa May sottoporrà il testo dell’accordo al suo governo. Già ieri sera i ministri sono stati convocati uno ad uno a Downing Street per visionare la bozza. Ma oggi si saprà se ci sarà la sospirata fumata bianca da parte britannica. Contemporaneamente si riuniranno a Bruxelles gli ambasciatori dei 27 Paesi europei per fare il punto.

Il passaggio londinese non è però privo di insidie per la premier. Ieri gli euroscettici capeggiati da Boris Johnson, l’ex ministro degli Esteri, sono partiti alla carica a testa bassa: «E’ la cronaca di una morte annunciata», ha tuonato «BoJo» ai microfoni della Bbc, «siamo ridotti a uno Stato vassallo».

Boris non ha tutti i torti. L’accordo prevede che la Gran Bretagna resti nell’unione doganale e in buona parte del mercato unico, per prevenire il ritorno a un confine fisico fra le due Irlande: si materializza in altri termini lo spettro della «Brino» (Brexit In Name Only, ossia una Brexit solo di nome), per cui Londra lascia in teoria l’Unione europea ma di fatto resta legata ad essa mani e piedi. Un anatema agli occhi dei Brexitieri puri e duri. Inoltre l’accordo conterrebbe anche clausole speciali per l’Irlanda del Nord: inaccettabili per gli unionisti protestanti che sorreggono il governo di Theresa May in Parlamento, i quali temono di venir separati dalla Gran Bretagna e di finire nell’orbita di Dublino.

Ma questo compromesso raggiunto fra gli emissari di Theresa May e i negoziatori europei lascia perplessi anche i «moderati» all’interno del governo britannico: tanto che la scorsa settimana si è dimesso il fratello di Boris, Jo Johnson, per ragioni opposte a quelle del suo consanguineo: ai suoi occhi la soluzione raggiunta rappresenta il peggiore dei mondi possibili e tanto vale a questo punto restare nell’Unione europea.

Theresa May potrebbe comunque oggi riuscire a spuntare l’approvazione del piano da parte dei ministri: e questo perché l’alternativa, al punto in cui siamo arrivati, sarebbe il «no deal», ossia l’uscita catastrofica di Londra dalla Ue senza nessun accordo, che avrebbe conseguenze pesanti per l’economia, sia britannica che europea. Una eventualità per la quale nessuno si è finora preparato seriamente.

C’è però un ulteriore scoglio: perché l’accordo deve essere approvato anche dal Parlamento di Westminster. E la folta pattuglia euroscettica ha già annunciato che voterà contro. Anche in questo caso i deputati potrebbero spaventarsi all’ultimo momento e ingoiare la pillola: ma non è detto. La partita è ancora aperta.

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