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Cdp, ultimatum delle Fondazioni

Resta alta la tensione tra le Fondazioni e le strutture del ministero dell’Economia sul nodo della conversione delle azioni possedute dagli enti bancari nella Cassa depositi e prestiti. Ieri si è tenuta un’assemblea dell’Acri che ha lanciato una sorta di aut aut: o la conversione si fa a condizioni eque – e dunque in linea con la strada suggerita dal Consiglio di Stato – oppure le Fondazioni sono pronte ad avviare il recesso dal capitale della Cdp. «Le Fondazioni sono pienamente disponibili a rimanere azioniste di Cdp – ha dichiarato il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti – convertendo le proprie azioni privilegiate in azioni ordinarie, a condizioni eque. Ove tali condizioni non si realizzassero diventerebbe inevitabile il loro recesso».
E a riprova che la situazione è tutt’altro che serena, è stato deciso di rinviare a data da destinarsi l’assemblea totalitaria di Cassa che era stata autoconvocata dai soci per oggi allo scopo di allungare di un paio di mesi i tempi per la conversione delle azioni, il cui termine scade il prossimo 31 dicembre.
All’indomani del parere del Consiglio di Stato, le Fondazioni e il dicastero di via XX Settembre avevano concordato di rinviare di almeno 45 giorni il termine per la conversione fissata dallo statuto di Cdp a fine anno. Il motivo doveva essere quello di prendere tempo per dare attuazione a quanto suggerito dai giudici amministrativi: ovvero l’approvazione di una norma che andasse a sanare la situazione.
L’ipotesi cui si stava lavorando era quella di un emendamento da inserire in uno dei prossimi provvedimenti che dovrà andare all’esame del Parlamento. Il contenuto avrebbe dovuto essere generico, recependo le indicazioni dei magistrati amministrativi, lasciando alle parti l’individuazione delle modalità di calcolo del conguaglio. Il senso era quello di fare intanto la riforma di legge mentre di pari passo si negoziava sul quantum. Ma è proprio qui che è sorto l’intoppo che ha scatenato la reazione dell’Acri di ieri: le strutture del ministero dell’Economia – probabilmente le stesse che hanno scritto lo statuto della Cdp finito al centro del contenzioso – non intendono fare quell’emendamento, tantomeno avallare emendamenti di altri, come quello al decreto Sviluppo presentato da alcuni senatori nei giorni scorsi.
Il passaggio più controverso dello statuto è quello inerente la quantificazione del conguaglio da riconoscere alle Fondazioni in caso di recesso. Il Consiglio di Stato ha suggerito di calcolare l’indennizzo per il recesso delle Fondazioni applicando la percentuale del 30 per cento all’incremento di valore del patrimonio netto intercorso tra l’ingresso degli enti bancari nel capitale di Cdp e oggi. Da quanto sembra emergere, le parti stavano ragionando su un patrimonio di ingresso pari a circa 6,5 miliardi e un patrimonio finale di circa 15 miliardi. La differenza è circa 9 miliardi: le Fondazioni hanno interesse che questa cifra sia la più alta possibile, perchè più riceverebbero in termini di indennizzo in caso di recesso, meno dovrebbero versare in caso di conguaglio. Sul fronte opposto, però, c’è una linea più dura di chi ritiene invece che in base a quanto versato a suo tempo dalle Fondazioni la percentuale su cui calcolare il conguaglio non è il 30% ma il 16% della Cdp, quota alla quale alla fine del processo di conversione gli Enti bancari dovrebbero diluirsi.

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