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Cdp, si rompe il fronte delle Fondazioni

L’opera di mediazione da parte del presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, non è terminata e pertanto ogni esito resta possibile, ma intorno alla Cassa Depositi e prestiti il fronte delle fondazioni azioniste si sta sfaldando. La prima a chiamarsi fuori è Cariverona: dall’ente nei giorni scorsi è partita la lettera di recesso con cui, di fatto, si dichiara la volontà di uscire dal capitale della Cassa, di cui la Fondazione è azionista con una quota del 2,57 per cento.
A quanto si apprende, l’ente veronese sarebbe il primo a esprimere formalmente l’intenzione di recedere dall’investimento. Ma tra le 65 Fondazioni che nel 2003 avevano sottoscritto il 30% del capitale sociale della Cassa le perplessità sono diffuse. In particolare, sembra pesare negativamente l’iter per la definizione dei tempi e delle modalità con cui gli enti dovrebbero convertire le azioni privilegiate in ordinarie – un percorso più lungo e accidentato del previsto – e soprattutto l’ammontare del prezzo, che difficilmente scenderà al di sotto del miliardo, comportando un esborso significativo per enti già provati dalle recenti ricapitalizzazioni delle banche di cui sono azioniste.
Da Fondazione Cariverona, tradizionalmente riservata, non arrivano commenti. E anche le altre Fondazioni, complice una situazione in continua evoluzione, preferiscono non rilasciare dichiarazioni ufficiali, ma la tensione sta salendo. «Siamo con Guzzetti, che anche questa volta sta compiendo un lavoro eccellente – diceva ieri il presidente di una Fondazione del Nord Italia, tra gli azionisti forti della Cdp con una quota superiore all’1% – ma certo non possiamo stare dentro a tutti i costi». In effetti, è anzitutto un problema di prezzo: dopo la raffica di pareri e valutazioni degli ultimi mesi, l’intervento del Consiglio di Stato e un tentativo (ancora in corso) di emendamento al Decreto Sviluppo, l’idea condivisa tra le Fondazioni è che molto probabilmente il costo per la conversione dell’intero 30% non sarà inferiore ai 2 miliardi, ma potrebbe essere anche decisamente superiore. Morale: nell’ipotesi dei 2 miliardi, per un ente titolare di un pacchetto “medio-grande”, intorno all’1%, l’esborso sarebbe intorno ai 70 milioni; invece per gli enti di prima fascia – il primo azionista dopo il Mef è la Fondazione Banco di Sardegna, che a febbraio si è fatta carico di buona parte del 2,57% venduto dalla Fondazione Mps – si arriverebbe intorno ai 150 milioni. Una cifra elevata, dunque, che non a caso sta spingendo a lavorare su soluzioni alternative, che vanno dalla prospettiva di una diluizione (si veda l’articolo qui a lato) ma anche di un possibile pagamento rateale.
Mediazione a parte, i malumori restano. Oltre a Fondazione Cariplo, di cui Giuseppe Guzzetti è presidente, tra le grandi sembra totalmente allineata alla trattativa condotta dallo stesso Guzzetti ad esempio Fondazione CrCuneo, salita a febbraio dall’1,03 all’1,25 per cento, o Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo. Più fredde, invece, le emiliane e soprattutto le torinesi: Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt, entrambe titolari del 2,57% per ora hanno vinto la tentazione del “rompete le righe”, ma l’idea di dover impegnare nuove risorse – soprattutto in Crt – è tutt’altro che gradita. Anche perché, si ragiona in fondazione, di fatto l’investimento nella Cassa è totalmente illiquido, difficilmente in futuro si potrà contare sui dividendi straordinari del passato e in più il ruolo di soci di minoranza priva gli enti di qualsiasi voce in capitolo sulle scelte della Cassa, in un momento in cui – peraltro – la mission sembra in via di revisione.
Proprio quest’ultimo è uno dei motivi “politici” che sembra aver convinto Cariverona a formalizzare la richiesta di recesso: alcune recenti operazioni, come l’acquisto di Fintecna e Sace, tipiche di un fondo sovrano per di più di natura essenzialmente “difensiva”, non hanno convinto i veronesi, poco interessati a restare dentro a un ente chiamato a intervenire là dove lo Stato non riesce. Tuttavia, anche nel caso di Cariverona, non è detta l’ultima parola: il recesso di per sè è irrevocabile, ma nel caso in cui si trovasse un accordo last minute la Fondazione, una volta cedute le azioni, potrebbe anche riacquistarle in un secondo tempo.

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