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«Cdp più incisiva col nuovo vertice»

L’Iri è un capitolo chiuso. E, se anche questo era il tema del dibattito organizzato dalla Fondazione Rcs, presieduta da Piergaetano Marchetti, e moderato dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, si è virato subito sull’attualità. Sarà la Cdp la nuova Iri? Entrerà in Telecom? Caso ha voluto che sul palco ci fosse Andrea Guerra, consulente del premier (a titolo gratuito e fino a ottobre, quando scade il suo anno di «servizio civile»), che ha spiegato i motivi del ricambio al vertice della Cdp e come dovrebbe evolvere la “vecchia missione” che si sta esaurendo a fronte di conti che non possono tornare più (si veda Il Sole-24Ore del 16 giugno: «La spending review manda i margini in rosso»). «Nuova Iri no», ha sentenziato secco Guerra. Perchè il mondo in cui operano le nostre imprese è radicalmente cambiato nell’ultimo decennio. «È un nuovo mondo senza confini geografici e di business, dove la tecnologia è cambiata – spiega – D’altra parte c’è un’Europa che pone vincoli straordinariamente alti agli aiuti di Stato. Ma non si può non constatare che siamo in una fase in cui il mondo ha accelerato, mentre l’Italia si è fermata. Ora, grazie anche alle riforme avviate da questo Governo, c’è una possibilità di ripresa, ma manca ancora qualcosa». 
Secondo Guerra, «è evidente che in Italia non abbiamo un mercato dei capitali, che abbiamo un deficit di infrastutture tecnologico-digitali clamoroso, che facciamo fatica a muoverci all’estero pur essendo un Paese vocato all’export». Quindi: «Abbiamo bisogno di un mercato dei capitali, di creare digitalizzazione, di aiutare le imprese a internazionalizzarsi. Tre temi che nessun Governo può ignorare». E per arrivare al punto, il ricambio al vertice di Cdp «si poteva gestire meglio», ammette, «ma Cdp ha un piano industriale che è stato completato e ora c’è bisogno di maggior incisività e maggior proattività». «Aspettiamo il nuovo team e poi prendiamoci le responsabilità, senza nessuna volontà di stravolgere i compiti della Cdp. Che può fare molto di più, salvo investire in aziende decotte, ma questo è il minimo sindacale!». Responsabilità? «Io ho cercato disperatamente di far sì che trovasse un accordo con Metroweb: non è andata. Non è però che i nostri concorrenti nel mondo sono tutti “puri e agnellini”: nel capitale di Orange c’è la Cdp francese, in quello di Deutsche Telekom la Cdp tedesca. In Telecom succedono una serie di cose, poi se uno vuole prendersi le responsabilità se le prende». Alla domanda se allora la Cdp dovrebbe investire direttamente nel capitale di Telecom, il manager prestato alla politica ha evitato però di esporsi: «Non ho alcuna voce in capitolo sulle strategie future della Cassa». «Dico però che quando al vertice delle aziende ci sono le persone giuste è raro assistere a un insuccesso. Dal mio punto di vista avere dei “talenti” che vogliono lavorare per lo Stato è una grandissima notizia, che fa passare tutto il resto in secondo piano».
Per Mariana Mazzuccato in Italia «non manca il capitale, manca il capitale “paziente”, strategico e di lungo termine». Da sempre fautrice di un intervento diretto dello Stato per sostenere la ricerca e l’innovazione – il modello è la Silicon Valley Usa, non il liberismo inglese («il Regno Unito ha un problema di produttività peggiore dell’Italia», dice) -, l’economista americana osserva che la Cdp si distingue in effetti per «mancanza di strategia». Mentre in Cina, in Brasile, in Germania, in Israele, in Finlandia, in Danimarca ci sono esempi virtuosi di quello che deve essere il ruolo dello Stato nell’economia. «Dirigismo? Sì, perchè hanno deciso la direzione da prendere, fornendo capitali di lungo periodo in modo molto mirato». Lo Stato investitore non deve entrare e uscire dalle aziende, mordi e fuggi, ma «aspettare i profitti per coprire anche le perdite delle operazioni andate male», che nel campo dell’innovazione, inevitabilmente, ci sono.
Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria del Senato (e autore di un capitolo della Storia dell’Iri, curata da Roberto Artoni), ha citato il caso Pirelli, «una delle poche multinazionali vere con una capacità di ricerca e sviluppo notevole». Ebbene, «l’azienda verrà controllata da un conglomerato statale cinese. Cos’è se non una nazionalizzazione? In questo momento Pirelli ha avuto la forza di negoziare che quel che conta resti in Italia. Ma quando gli attuali soci venderanno cosa accadrà?». Negli ultimi anni, nota il giornalista-senatore, «mai un’impresa di certe dimensioni è stata acquisita da capitali italiani: è un caso o le imprese italiane hanno un problema?».

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