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Cdp Nel forziere di Stato 424 aziende Ecco perché c’è la corsa per aprirlo Purché non diventi un Bancomat di Stato

L’ economia italiana, secondo una battuta di Franco Bassanini, è come un cammello: beve se gli si dà dell’acqua. Negli ultimi cinque anni, con la Cassa depositi e prestiti presieduta dall’uscente Bassanini, gli assetati sono stati più che dissetati, anche grazie al contributo del mercato che ormai pesa per quasi un terzo sulla raccolta di Cdp, il triplo del 2010. È un dettaglio di cui dovrà tenere conto il governo Renzi che ha voluto il cambio dei vertici di Cassa argomentando venerdì 19, per bocca del consigliere economico Andrea Guerra, che «la remunerazione sui tassi non funziona più». La Cdp che Claudio Costamagna, presidente entrante, eredita è un forziere che tanto contiene, quasi a prova di default, con un piede in 424 aziende. È lievitata e diversa per volumi e valori da cinque anni fa, quando Bassanini s’insediò con Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato, anch’egli in uscita. Fa gola. 
Ma è il risultato di equilibri complessi ciò che ha permesso al Tesoro e 64 fondazioni bancarie, soci all’80,1% e 18,4% (il resto sono azioni proprie), d’incassare fior di dividendi, e a imprese ed enti locali d’essere finanziati a tassi accettabili mentre le banche chiudevano la borsa.
In cinque anni Cdp ha staccato cedole per 3,776 miliardi, dei quali 2,95 miliardi sono andati al Tesoro e 826 milioni alle fondazioni alle quali spetta la nomina del presidente. L’anno scorso le fondazioni hanno avuto da Cdp dividendi per 159 milioni, il ministero dell’Economia per 693 milioni con un rendimento per chi vi ha investito del 24,4% (dividendo su capitale sociale). Nel 2010 questo rendimento era più basso, il 20%.
Non stupisce che Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri che riunisce le fondazioni, abbia detto giovedì 18 giugno a Lucca, al congresso annuale dell’associazione, a proposito di Cdp: «I dividendi sono per noi una condizione inderogabile», ponendo come prioritaria non la poltrona, ma la gestione. «Se la volontà del governo è il rilancio della Cassa — ha sottolineato — noi collaboreremo positivamente come in passato, affinché la Cdp sia un centro di propulsione e di sostegno dell’economia del Paese, ma l’obiettivo dei conti in ordine è premessa irrinunciabile».
Il «prezzo»
Perché in questi cinque anni di super-cedole il patrimonio di Cdp si è rafforzato e non era affatto scontato. Se la Cassa fosse messa sul mercato ora e per valutarla si prendesse l’indicatore del patrimonio netto di gruppo — ipotesi legittima, nei calcoli dell’Università Bocconi per Corriere Economia — varrebbe 35,15 miliardi (bilancio 2014): era di 16,83 miliardi il patrimonio nel 2012, è più che raddoppiato in due anni.
Se le fondazioni, per ipotesi, vendessero il loro 18,4% potrebbero così chiedere oggi 6 miliardi e mezzo. E l’80,1% del Tesoro varrebbe più di 28 miliardi.
Restringendo il campo alla sola Cdp spa, la capogruppo ha mobilitato finanziamenti per 19,3 miliardi l’anno scorso (29 miliardi tutto il gruppo), contro gli 11,6 miliardi del 2010, quando entrò il tandem Bassanini-Gorno Tempini: +66%, con discreto equilibrio fra prestiti agli enti locali (9,4 miliardi) e alle imprese (7,6). In cinque anni gli impieghi sono stati di 73 miliardi, le imprese finanziate attraverso Cdp sono aumentate da 12 mila a 93 mila. Dal 2010 la raccolta totale è salita del 41% a 325,3 miliardi, quella postale del 22% a 252 miliardi, il patrimonio netto (sempre della spa) del 43% a 19,6 miliardi, i dividendi del 22% a 853 milioni, i dipendenti del 41% a 597 persone. L’utile d’esercizio è sceso, ma resta sopra i 2 miliardi (2,2 contro 2,7).
Oggi il gruppo Cdp, con 401,7 miliardi di attivo consolidato, è una portaerei che controlla o partecipa 166 aziende, in Italia e all’estero, con quasi 33 mila occupati (32.769). Le imprese partecipate salgono a 424 se si contano le 258 nelle quali ha una quota Simest (che Cassa controlla al 76% — ma nel consolidato queste aziende non rientrano tra le partecipate, bensì tra i crediti). Con improprio paragone, nel 1983 le aziende dell’Iri, banche comprese, erano 541: poco di più.
Che cosa c’è in questo immenso paniere di Cdp (vedi grafico)? Investimenti diretti in otto aziende industriali, dall’Eni a Terna e Fincantieri (erano quattro nel 2012) e in 15 tra finanziarie e fondi di private equity (da 11). E poi gli indiretti: le 9 aziende del Fondo strategico, le 10 del Fondo Marguerite e le 4 di Inframed che investono all’estero e a cui Bassanini tiene. Poi le 16 aziende di F2i che è condomino di Fsi in Metroweb e la scorsa settimana ha acquisito i parchi solari di Cogipower; le 28 del Fondo italiano presieduto da Innocenzo Cipolletta che propose di quotare la Cdp in Borsa; le 18 del Fondo Ppp che in novembre ha rifatto l’ospedale di Este come un grand hotel. Nel cesto di Cdp c’è di tutto, banda larga e hamburger, alberghi e megaturbine con i cinesi, aeroporti in Croazia e pale eoliche in Germania, autostrade in Irlanda e la Cascina Triulza dell’Expo, navi da crociera e yacht, acquedotti e Malpensa, edilizia sociale e ospedali, valvole e marmellate. Troppo?
Bce e agenzie di rating
Si è detto, forse è vero. Ma i conti finora sono tornati, il risparmio postale non è stato messo a rischio e un po’ di merito è del Signor No, Gorno Tempini, la cui opposizione a operazioni straordinarie — per esempio il salvataggio diretto dell’Ilva — era fondata su un piano industriale di delicato equilibrio, com’è per questi enti. Con almeno cinque fattori.
Primo, la Cdp è fuori dal perimetro della pubblica amministrazione, quindi esposta al vaglio Ue-Eurostat. Secondo, è del Tesoro, ma si muove come un operatore di mercato: è sottoposta alla vigilanza della Banca centrale europea. Terzo, se per iperbole fallisse non sarebbe coperta dalla garanzia dello Stato, diversamente dalle omologhe Caisse des Dépots e Kfw, che hanno garanzie totali (in Cdp è solo sul risparmio postale). Quarto, deve dunque temere i giudizi delle agenzie di rating, perché quasi un terzo della sua raccolta non viene dal risparmio postale, ma ormai dagli investitori e non può perderne la fiducia. Quinto, genera utili e distribuisce dividendi, ma rafforzando il patrimonio.
Se salta uno di questi fattori, saltano tutti. È questo l’architrave sul quale si è poggiato finora il successo di Cdp, market operator , e ha per perno il patrimonio: se non fosse stato così forte Cassa non avrebbe potuto finanziare le aziende, garantendo le banche sui prestiti. E se subisse un declassamento del rating sarebbe faticoso collocare obbligazioni.
Perciò Telecom potrà anche essere fra i dossier del governo, sempre che voglia entrarvi con Cdp per accelerare sulla banda larga. E può anche darsi che ora si chieda a Cassa d’intervenire nelle aziende in crisi, cambiando lo statuto. Ma attenzione a non forzare il forziere, è il messaggio di questi cinque anni.
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