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Cdp: Meno Cassa (più banca?) Obiettivo: rafforzare l’industria

È un testo di centinaia di pagine, sterminato secondo chi lo conosce, il blindatissimo piano industriale 2015-2020 — insolitamente a cinque anni, di medio-lungo periodo — che i vertici di Cassa depositi e prestiti stanno mettendo a punto in questi giorni. Il presidente Claudio Costamagna e l’amministratore delegato Fabio Gallia lo presenteranno al consiglio d’amministrazione il 17 dicembre. È un documento tematico, organizzato per tipo di business. Deve ottenere ciò che pare impossibile: allargare il perimetro di Cdp, il forziere di Stato, a operazioni di capitale su imprese anche a rischio, ma non decotte. Si tratta d’individuare aziende da sviluppare, dalle startup alle Pmi fino alle grandi: anche per costruire campioni nazionali. Senza però assumere rischi né compromettere i dividendi degli azionisti (in testa le 64 fondazioni bancarie), in un momento in cui i margini del gruppo calano: -26% l’utile netto nel primo semestre rispetto al gennaio-giugno 2014. È un sostanziale cambio di prospettiva per cifre investite e obiettivi, sul presupposto della ripresa economica.
La leva
«Non è più un tabù l’idea di investire, anche con quote di maggioranza, in aziende da rilanciare, nei settori più diversi — dice una fonte di mercato —. Finora il Fondo strategico ha comperato quote di minoranza di aziende belle, con altri. Ora si tratterebbe di prendere il controllo anche di grandi gruppi, non le solite ex partecipazioni statali». Ma con potenzialità e progetti di crescita. Nel piano industriale non ci sarebbe però traccia né di Telecom né della finanza, malgrado il recente ruolo di garante di Cdp (per la prima volta e in co-obbligazione con il Fondo di risoluzione) nel salvataggio di banche (Banca Marche, Cariferrara, Popolare dell’Etruria e Carichieti). «Quella di Cdp è una garanzia teorica e non pratica», dice un noto banchiere.
Di certo non è stato casuale, nei giorni scorsi, il passaggio del 12,5% di Saipem dall’Eni al Fondo strategico (di Cdp all’80%); né l’accordo per vendere la Zecca, che Cassa controlla, alla cinese Redwood che ne farà un albergo.
Nel piano industriale di Cassa, al cui fianco sta lavorando il Tesoro, l’obiettivo del governo è fare di Cdp la leva del sistema industriale. Semplificando, contiamo cinque punti nel nuovo corso: 1) il rafforzamento del Fondo strategico italiano; 2) l’ingresso nelle imprese anche con maggioranze; 3) la nascita di un polo per l’export con prestiti diretti alle Pmi; 4) più finanziamenti alle infrastrutture; 5) la vendita di alcuni immobili di pregio. La recente nomina in consiglio di Giuseppe Sala, commissario dell’Expo e possibile candidato sindaco di Milano, dà poi visibilità e apporto manageriale (se resta).
Per il Fondo strategico è previsto lo sdoppiamento, due società e due squadre: da un lato il portafoglio stabile con le operazioni di sistema tipo Saipem, dall’altro gli interventi puri di private equity, in aziende dalle quale poi uscire. Della prima, che può essere scorporata, dovrebbe occuparsi direttamente Cdp, per la seconda c’è Maurizio Tamagnini, amministratore delegato di Fsi in carica fino alla primavera 2016. I grandi fondi di private equity sono già in fermento, interessati a uomini e giri di poltrone.
Per aumentare di peso nell’industria, Cdp potrebbe poi salire al 25% nel Fondo italiano d’investimento dedicato alle Pmi, rilevandone il 12,5% che oggi è del Tesoro. Questo fondo il 2 dicembre ha deliberato quattro nuovi interventi in altrettanti fondi di venture capital e privat debt dove investe mezzo miliardo di euro. Percorso logico: dalla start up alla Pmi alla grande impresa.
Il polo per l’export e le Pmi — per le quali ci sono 75 miliardi provvidenziali stanziati dal piano Juncker in Europa — sarebbe invece incentrato su Sace, che ha già una società di factoring (Fct) controllata dalla Banca d’Italia. Potrebbe fare prestiti diretti alle imprese, quindi, anche senza diventare propriamente una banca. Nell’immobiliare, poi, Cdp ha un patrimonio di un paio di miliardi, appetibile per gli investitori stranieri. La dismissione di palazzi di pregio potrebbe affiancarsi alla valorizzazione degli immobili degli enti locali e alimentare in parte i nuovi acquisti industriali. Cruciali: «Sviluppare il mercato dei capitali è fondamentale per la crescita dell’industria italiana, per finanziare le strategie di lungo termine delle imprese», ha detto Costamagna il 1 novembre.
Le difficoltà
Il rebus è con che soldi e veicoli fare le nuove operazioni, considerati i vincoli della vigilanza bancaria, dell’Ue sugli aiuti di Stato e il sempre minore rendimento dei titoli di Stato, nei quali Cdp investe. A oggi sembra difficile, infatti, che possa essere usato il fondo di turnaround, il Salva Imprese. La Società di servizio per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese italiane (così si chiama) è nata per i salvataggi, ma nessuna delle banche che avrebbero dovuto aderirvi con Cdp finora l’ha fatto e ancora non c’è un vertice. Il governo ha promesso che sarebbe stata pronta entro l’anno e la situazione è in evoluzione:: potrebbero essere coinvolti altri privati, come i fondi pensione. Di certo il rischio non può essere scaricato da Cdp sul risparmio postale. E alternative come la garanzia dello Stato o l’aumento del patrimonio liquido sono complicate. L’emergenza è dotarsi di una robusta riserva di capitale, la strada è stretta.
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