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Cdp, per l’88% Autostrade un’offerta da 7,8 miliardi

Nove miliardi per il 100% di Autostrade. A conti fatti 7,8 miliardi per l’88% del gestore, la quota detenuta da Atlantia in vendita alla cordata composta anche dai fondi esteri Blackstone e Macquarie. Significa che per Cassa Depositi — che deterrebbe il 51% dei veicolo che acquisirebbe questa partecipazione — l’esborso sarebbe vicino ai 4 miliardi, di cui solo una minima parte può essere pagata convertendo in capitale i fidi erogati nel tempo alla società concessionaria. Per i fondi invece l’importo complessivo sarebbe di circa 3,8 miliardi equamente diviso due. Un paio di miliardi ancora sull’Italia, soprattutto da parte del fondo infrastrutturale australiano che sta già scommettendo su Open Fiber rilevando la quota dell’Enel.

Un’offerta che dovrebbe essere formalizzata questa mattina alla venditrice Atlantia che avrà poco tempo per vagliarla prima del board previsto per venerdì. Una proposta che si posiziona a metà della forchetta di prezzo individuata in questi mesi. Ben lontana dalla valutazione che la capogruppo controllata dai Benetton e dai fondi esteri presenti nella compagine sociale (come il fondo Tci) fa del proprio maggior asset infrastrutturale, che da solo pesa per il 30% del margine operativo lordo. Una proposta però che dovrebbe incorporare già lo «sconto rischi» — valutato circa 700 milioni — derivante dall’ipotesi di dover rimborsare chi per il crollo del ponte di Genova chiederà un risarcimento per danni indiretti.

Un’offerta che rischia di essere troppo a sconto per le pretese del venditore. Atlantia, nel board del 26 febbraio, ragionerà certo su questo importo. Probabilmente non rigetterà al mittente l’offerta ma condividerà nella prossima assemblea dei soci una valutazione che dovrà essere ponderata anche dagli investitori istituzionali presenti nel suo capitale. Ma gli interrogativi sembrano essere tanti. E rischiano di creare più di un grattacapo al nuovo governo Draghi.

La sensazione è che si tratti ancora di un’offerta attendista, non risolutiva, che tiene aperti tutti gli scenari, compreso quello di un ribaltone che potrebbe mandare all’aria l’accordo di luglio raggiunto tra Atlantia e il precedente governo sotto la regia dell’ex ministra dei Trasporti Paola De Micheli. Un’intesa faticosamente raggiunta — sotto la minaccia della revoca della concessione — che ora rischia di essere scritta sulla sabbia. Nessuno ormai si sente più di agitare lo spettro della caducazione della concessione. Il governo Draghi ha certamente un’impostazione meno barricadera sulle autostrade, ma è pur vero che uno degli azionisti rilevanti restano i Cinque Stelle che qualche giorno fa hanno irritualmente frenato sul dossier chiedendo a Cassa Depositi di non fare un’offerta vincolante senza l’approvazione del piano economico-finanziario, il documento che registra il rendimento sul capitale investito dai soci legandolo alla dinamica delle tariffe. Dal lato opposto però Edizione, la holding dei Benetton che controlla Atlantia, ha nominato Enrico Laghi alla guida. E il mandato resta quello di trovare un accordo. Anche per chiudere una pagina emotivamente provante.

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