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Cdp e banche da sole su Parmalat

di Morya Longo e Antonella Olivieri

Salvare l'italianità di Parmalat senza passare, nell'immediato, per Granarolo. L'idea è di imbastire un'operazione che in una prima fase sarebbe tutta finanziaria, con Cdp e banche, che solo successivamente diventerebbe industriale: una volta insediato il nuovo management, sarebbe suo compito trovare i partner giusti. Granarolo stessa, o altri. È questa la nuova ipotesi di lavoro che sta emergendo, dopo lo stallo sul piano principale al quale le banche stavano lavorando. Anche ieri c'è stata una riunione per discutere della questione, ma il quadro anzichè chiarirsi si è fatto più confuso. Lo schema principale intorno al quale si sta tutt'ora lavorando prevede la costituzione di una newco con l'azionariato diviso in tre: un terzo Granlatte-Granarolo, un terzo le banche (Intesa Sanpaolo e Bnl senz'altro), un terzo la Cassa depositi e prestiti o il neonato Fondo strategico. Ma, dietro le quinte emerge l'ipotesi "B". Entrambe restano aperte. E piene di incognite.

Il piano "A", quello che include Granarolo, dopo la riunione di ieri (un'altra seguirà oggi), continua a presentare numerosi ostacoli tecnici. Il primo è quello del costo. Per lanciare un'Opa, anche sul 60-70% del capitale, occorrerebbe mettere assieme una cifra dell'ordine dei 3 miliardi e al momento i conti non tornano. Più agevole sarebbe l'ipotesi di rilevare il 29% in mano a Lactalis: costerebbe la metà, circa 1,5 miliardi, ma i francesi hanno già fatto sapere che non vendono. Ci sono poi inconvenienti tecnici. Granlatte dovrebbe "conferire" Granarolo, ricavando dalla vendita della società lattiera a Parmalat i 500 milioni utili a partecipare alla cordata. L'operazione non è però fattibile: la newco sarebbe un'entità diversa da Parmalat e non potrebbe assumere impegni per quest'ultima. Dunque il problema è trovare chi finanzierà la partecipazione di Granlatte-Granarolo alla cordata. Potrebbe farlo la Cdp? Vorrebbe dire, anche nell'ipotesi di restare al di sotto della soglia dell'Opa, che la Cassa dovrebbe partecipare in proprio con 500 milioni ed esporsi per altrettanto con il finanziamento al "partner industriale". Impegno sicuramente oneroso.

Il piano "B" avrebbe lo stesso dilemma Opa-acquisto delle quote francesi. Ma scavalcherebbe il nodo Granarolo. L'idea è di creare una holding in cui, oltre alla stessa Cassa o al neonato Fondo strategico, parteciperebbero le banche. Il coinvolgimento di Granarolo non sarebbe fondamentale nella prima fase: l'importante, all'inizio, sarebbe semplicemente creare un veicolo in grado di preservare l'italianità di Collecchio. Un po' come ha fatto il Fondo strategico francese, che ha rilevato quote di varie società del settore agroalimentare senza necessariamente aggregarle tra loro. Solo dopo, il management di Parmalat potrà decidere come usare gli 1,4 miliardi di euro di cassa: a quel punto l'opzione industriale (Granarolo o altro) sarebbe presa in considerazione. Ma sarebbe Parmalat ad aggregare Granarolo, non viceversa. E l'operazione sarebbe fatta in tutta calma.

Ma anche questa ipotesi "B" avrebbe molti ostacoli. Innanzitutto il costo. Per di più non è detto che Intesa, azionista al 20% di Granarolo, parteciperebbe con altrettanto interesse: attualmente la priorità è intervenire nella partita Parmalat solo se c'è, sin da subito, una valenza industriale. Anche ieri alle riunioni milanesi per discutere sul dossier ha partecipato Gianpiero Calzolari, presidente di Granarolo. Se anche si formasse una cordata tutta finanziaria, non sarebbe poi chiaro chi sarebbe disponibile a mettere i soldi sul piatto. Intesa aveva dato disponibilità a conferire il suo pacchetto, pari al 2,15% di Parmalat, e ad aggiungere equity fino a 300 milioni. Bnl, che si è aggiunta al tavolo, parteciperebbe pure con una quota. UniCredit e Mediobanca invece, nella lettera inviata il 1° aprile al board di Collecchio (il cda che ha poi deciso per il rinvio dell'assemblea), avevano precisato che il loro ruolo era quello degli advisor ed eventualmente finanziatori. Mediobanca al limite sarebbe disposta a conferire la sua quota, pari all'1,3% del capitale, ma per ora nulla più.

La partita è dunque aperta. E poco chiariscono le parole del presidente Cdp, Franco Bassanini, che ha definito il noeonato Fondo strategico come «uno strumento utile che anche altri paesi hanno».
 

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