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Cda Ora in consiglio va di moda lo stile anglosassone

Il consiglio di amministrazione che ha colpito di più, per la sua composizione, è quello di Luxottica, la multinazionale degli occhiali. Perché schiera, nel ruolo di consiglieri indipendenti, imprenditori e manager operativi in altre importanti società. Come Cristina Scocchia, amministratrice delegata de L’Oreal, Maria Pierdicchi, a lungo ceo di Standard & Poor’s, Luigi Feola, presidente di Value retail management, Sandro Veronesi, il fondatore di una storia di successo come Calzedonia, Luciano Santel, chief corporate officer di Moncler, Andrea Zappia, amministratore delegato di Sky Italia. 
Sebbene sia il più eclatante, quello di Luxottica non è però l’unico Cda con una forte componente di «operativi». Prima dell’azienda di Leonardo Del Vecchio, a muoversi in questa direzione era stato il gruppo delle costruzioni Salini Impregilo che già al rinnovo del 2012 aveva chiamato nel board Laura Cioli, amministratrice delegata di CartaSi, Pietro Guindani, presidente di Vodafone, Laudomia Pucci, vice presidente Emilio Pucci e Geert Linnebank, una carriera nel giornalismo per poi diventare manager e oggi trustee di Thomson Reuters Foundation. Cui si sono aggiunti nei due anni fa Nicola Greco, amministratore delegato di Permasteelisa e Giacomo Marazzi, ex manager Fiat e Cementi Giovani Rossi. Tutti confermati nei giorni scorsi, con l’aggiunta di un manager proveniente dal mondo bancario come Marco Bolgiani.
Sulla stessa scia si colloca anche il gruppo degli occhiali Safilo, con Ines Mazzilli (Heineken), Jeffrey A Cole (imprenditore e manager), Marco Jesi (Pepsi, Galbani e oggi in Arcaplanet, Argenta e Agrifarma, Eugenio Razzelli (dopo ruoli in Fiat e Fiamm, oggi è amministratore delegato Magneti Marelli), Guido Guzzetti (un passato da ceo di società del risparmio gestito).
Trend
Esempi di un cambiamento in corso. Come dimostra l’analisi sui rinnovi in corso dei consigli di amministrazione che Corriere Economia ha commissionato alla società CG-Governance Consulting. La stagione assembleare non è ancora finita (a giovedì 7 maggio erano stati rinnovati gli organi sociali di 59 società su 71) ma i trend si possono vedere. E quello più rilevante è senz’altro il peso sempre maggiore di manager e imprenditori con un ribilanciamento verso professionisti come avvocati, commercialisti, notai e professori che a lungo sono stati prevalenti.
Si sta andando, insomma, verso «un sistema più anglosassone — dice Susanna Stefani, fondatrice e vice presidente di Governance Consulting — dove è normale la presenza di imprenditori e di Ceo di altre imprese. A smuovere il meccanismo della scelta è stata senz’altro anche la legge sulle quote di genere, che ha portato a formare consigli più professionali». Sul perché degli «operativi» in cda, Stefani spiega che «il ruolo di consigliere di amministrazione si esercita attraverso un modello che Roger Abravanel ha definito delle “cinque c”: la compliance , cioé tutelare il rispetto della normativa e dei codici; il coaching , che significa massimizzare e motivare l’amministratore delegato e il suo team; il contribute , ovvero contribuire con idee e competenze alla strategia; il control , gestendo il rischio e controllando il management; e, infine, il challange, che vuol dire sfidare continuamente il management a fare meglio. Se si esclude la compliance, tutte le altre caratteristiche sono tipiche di chi ha svolto ruoli operativi manageriali. Cda di questo genere permettono all’imprenditore e al management un vero confronto sulle strategie».
Un mutamento che potrebbe anche inserirsi, dice Stefani, nella direzione indicata settimana scorsa dal presidente del Consiglio Matteo Renzi che, parlando nella sede della Borsa, ha affermato che «è arrivato il momento di mettere la parola fine un sistema basato sulle relazioni più che sulla trasparenza».
Famiglie
Renzi ha anche invitato gli imprenditori ad avere «il coraggio di aprire le aziende, essere parte di un sistema nervoso più ampio e governare aziende più grandi di oggi con altri partner, senza preoccuparsi della seconda, della terza o della quarta generazione». Dall’analisi degli ultimi rinnovi di consigli di amministrazione si vede, però, un altro fenomeno: una sempre maggior presenza di consiglieri della famiglia proprietaria. «Una scelta non da “condannare” — dice Stefani — ma che dimostra come stenti a essere opportunamente percepito il ruolo migliore per i familiari, che sarebbe di esprimersi in assemblea».
Complessivamente, però, lo studio (condotto da Elena Bonaiti, capo ufficio studi di CG) mostra che il panorama sta cambiando: i nomi nuovi sono molti e hanno spesso il volto di un consigliere/una consigliera internazionale o di una donna. «C’è una crescita significativa dei consiglieri di amministrazione non italiani — dice Stefani —. Le aziende italiane che godono di buona salute sono molto vocate all’internazionale, quindi, hanno attinto ad un bacino di professionalità al di fuori dei confini. Allo stesso tempo, però, ci sono ancora parecchie aziende che, pur con brand globali, hanno Cda totalmente italiani».
Il secondo è frutto della legge sulle quote di genere che, con i rinnovi attuali, ha concluso il suo primo step, quello di destinare al genere meno rappresentato il 20% dei posti in consiglio. Dai prossimi rinnovi, si passa al 33%. Anche tra le donne, ci sono nomi nuovi. Nelle schede sotto, tre delle consigliere emerse in questa tornata di nomine.
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