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I cda delle società italiane in ritardo sulla sostenibilità

Trovare soluzioni per rendere più diffusa l’adozione delle dichiarazioni non finanziarie, visto che «il numero di società che hanno pubblicato la Dnf nel 2019 è basso in assoluto. Si tratta di meno dell’1% del totale delle imprese italiane». È quanto ha affermato ieri il commissario Consob, Anna Genovese, che poi ha spiegato che fra le società quotate la percentuale delle Dnf volontarie è del 65% circa. La Consob ha infatti presentato ieri il proprio rapporto sull’evoluzione della Corporate governance, che però – a parte i dati sulle Dnf – fotografa la situazione alla fine del 2018, salvo alcuni aggiornamenti al 2019. Tra i possibili incentivi indicati, l’estensione del perimetro dell’obbligatorietà, con una maggiore proporzionalità degli obblighi o anche sistemi premiali «per le imprese che volontariamente redigono la Dnf nell’ambito della selezione delle imprese cui affidare le commesse pubbliche».

Un dato da segnalare riguarda la presenza delle donne nei cda che ha raggiunto il 36% e negli organi di controllo il 39 per cento e in tutte le quotate c’è almeno una donna negli organi di amministrazione e controllo.

Quanto alle remunerazioni dei manager, sono poco ancorate al criterio della sostenibilità (anche se con il nuovo codice di autoregolamentazione delle quotate il panorama è destinato a cambiare). Dai dati illustrati ieri, «33 società italiane con azioni quotate collegano le remunerazioni variabili (di breve e/o di lungo termine) degli amministratori delegati ai cosiddetti parametri Esg (ambientali, sociali e di governance, ndr)». Spiega il rapporto che «prendendo in considerazione le remunerazioni variabili dei dirigenti con responsabilità strategiche, si riscontrano 30 società che collegano queste ultime ai parametri Esg e 27 di queste prevedono remunerazioni “sostenibili” anche per l’amministratore delegato. La componente retributiva dipendente dalla sostenibilità si attesta mediamente al 14% nel caso delle remunerazioni di breve termine». Solo 9 società legano la remunerazione variabile di lungo termine a fattori Esg e questa componente rappresenta in media il 18% della remunerazione variabile totale. Scelta curiosa perché la sostenibilità è legata proprio al concetto di lungo termine.

Quanto alla struttura “tradizionale” del rapporto, nel corso del tempo restano piuttosto stabili alcuni parametri come la predominanza del modello di controllo familiare. Continua a piacere la soluzione del voto multiplo e maggiorato, per quanto l’impatto sia limitato: a fine 2019 era previsto nello statuto di 53 società quotate ed era operativo in 38 società in cui almeno un azionista ha ottenuto una maggiorazione. In declino invece le azioni di risparmio.

Un altro dato del 2019 è la crescita del dissenso nel cosiddetto say-on-pay, i voti contrari e le astensioni in assemblea (considerate equivalenti a una manifestazione di dissenso) sono stati infatti pari al 44% delle azioni detenute dagli istituzionali, 12 punti percentuali in più rispetto al 2012. La partecipazione degli azionisti istituzionali alle assemblee è in linea con quella degli anni precedenti e si attesta al 21% del capitale sociale (con una forte prevalenza degli stranieri).

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