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C/c, la prova al contribuente

Che siano cointestati oppure no l’onere della prova sui conti correnti incombe sempre sul contribuente. Ne è convinta la Corte di Cassazione che è tornata sugli accertamenti fondati sulle verifiche dei conti correnti bancari, per ribadire l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale è tenuto a giustificare tutti i movimenti bancari non riconducibili a operazioni imponibili.

Per l’Amministrazione sono, infatti, sufficienti i dati risultanti dai conti correnti riferibili al contribuente per poter fondare l’accertamento delle imposte sui redditi, mentre grava sul contribuente accertato l’onere di dimostrare l’estraneità di ogni singola operazione contestata ad una operazione imponibile. E tutto ciò sia in presenza di conti correnti intestati unicamente al contribuente accertato sia in presenza di conti cointestati o sul quale il contribuente abbia comunque potere di agire o agito.

Il conto corrente cointestato con la madre (sentenza n. 18125/2015). Non basta evidenziare la cointestazione del conto per vincere, almeno in parte, le presunzioni fiscali in tema di accertamenti bancari.

Questo è quanto recentemente ribadito dalla sentenza n. 18125 del 15/9/2015 con la quale la Suprema corte di cassazione ha confermato la pronuncia di secondo grado, con cui la Commissione regionale della Liguria aveva deciso una controversia insorta all’esito di un’indagine finanziaria effettuata sui conti correnti bancari di una contribuente.

I giudici di appello avevano, infatti, ritenuto che la contribuente non avesse fornito giustificazioni per le movimentazioni bancarie riprese a tassazione, essendosi solamente limitata ad allegare la circostanza che il conto corrente accertato fosse cointestato con la madre. Per la Commissione di secondo grado la contribuente avrebbe dovuto provare, facendo anche ricorso a delle presunzioni semplici, che le operazioni bancarie contestate erano riferibili esclusivamente all’altro cointestatario del conto corrente ovvero a sua madre.

I giudici di legittimità, sulla scia di precedenti pronunce, fra tutte la n. 18081 del 4/8/2010, hanno confermato il proprio orientamento ormai consolidato, in base al quale ricade sul contribuente l’onere probatorio di dimostrare la non riferibilità di ciascuna movimentazione bancaria ad operazioni imponibili.

Indipendentemente dalla natura dell’attività svolta dal contribuente, le operazioni risultanti dai conti correnti bancari sono sempre rilevanti ai fini della ricostruzione del reddito imponibile e sono di per sé sole sufficienti a fondare un accertamento da parte dell’amministrazione finanziaria, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 32 del dpr 600/1973.

Per vincere tale presunzione il contribuente potrà far ricorso anche alle presunzioni semplici, a condizione che le stesse siano positivamente apprezzate dal giudice. Nel caso in commento i Giudici non hanno apprezzato come «grave precisa e concordante» la prova indiziaria della cointestazione del conto corrente fornita dalla contribuente, reputando invece necessaria una prova documentale della riferibilità di tutte le operazioni all’altro cointestatario.

Il conto cointestato con il coniuge (sentenza n. 4585/2015). Sempre in tema di conti correnti cointestati si evidenzia, sotto due diversi profili, la sentenza n. 4585 del 6/3/2015, che, richiamando anch’essa un precedente orientamento (Cassazione civile n. 21420/2012), ha affermato che una volta che sia stata provata la riferibilità del conto corrente all’attività professionale, anche in base ad una presunzione, tutti i versamenti ivi effettuati si presumono inerenti l’attività professionale, a prescindere da quale sia il soggetto che li abbia effettuati.

Nel caso in commento il contribuente lamentava il fatto che alcuni dei versamenti accertati fossero stati effettuati dal coniuge cointestatario del medesimo conto corrente; la Corte, tuttavia, ha ritenuto tale circostanza non rilevante, richiedendo la prova ferrea e documentale dell’effettiva estraneità di quei versamenti all’attività professionale del contribuente.

Insomma, se il conto corrente è di pertinenza dell’attività esercitata dal contribuente si presume che tutti i versamenti ivi effettuati siano il frutto di detta attività.

La stessa sentenza pare altresì degna di nota anche sotto un ulteriore profilo, ovvero la distinzione tra attività imprenditoriale e lavoro autonomo, che non consente, come evidenziato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 228/2014, una omogeneità di trattamento tra le due figure per quanto concerne la valutazione dei prelevamenti da conto corrente. E infatti, nel mentre per l’imprenditore il prelevamento da conto corrente rappresenta comunque un ricavo, per il lavoratore autonomo tale equiparazione non può essere fatta, attesa la peculiarità dell’attività del lavoratore autonomo, nella quale prevale la componente personale rispetto all’organizzazione professionale e, di conseguenza, vi è una «fisiologica promiscuità delle entrate e delle spese professionali e personali».

I movimenti sul conto della suocera (sentenza n. 18370/2015). Anche in presenza di conti correnti non intestati (né cointestati) al contribuente, l’amministrazione finanziaria può procedere a un accertamento fiscale. È il caso deciso dalla sentenza n. 18370/2015 con la quale gli Ermellini hanno sancito l’onere per l’Ufficio di dimostrare anche in via presuntiva che un conto corrente, benché non intestato al contribuente, è comunque ad esso riconducibile. In particolare, la Corte di cassazione è ormai orientata (si vedano al riguardo le sentenze della stessa Corte n. 26173/2014 e n. 20668/2014) nel senso di ritenere valida la presunzione di riferibilità al contribuente accertato di un conto corrente intestato ai suoi stretti familiari.

La prova contraria spetta, ovviamente, al contribuente stesso, che nel caso in esame non era stato messo in condizione di fornire la prova liberatoria in relazione ai conti correnti intestati alla suocera, essendosi visto limitare il contraddittorio ai conti intestati o comunque cointestati con il coniuge.

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