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Cauto ottimismo a Bruxelles, ma la partita rimane incerta

È con prudenza (e speranza) che l’establishment comunitario ha accolto ieri il piano di battaglia della premier Theresa May per evitare una uscita caotica del Regno Unito dall’Unione. L’obiettivo della premier britannica è costringere i parlamentari inglesi ad approvare l’accordo di recesso, con le spalle al muro. Per la prima volta da mesi si respirava ieri qui a Bruxelles un filo di ottimismo su un braccio di ferro tra Westminster e Whitehall dall’esito comunque incertissimo.
In un discorso ieri pomeriggio alla Camera dei Comuni, la signora May ha spiegato infatti che intende porre l’accordo di recesso al voto dei deputati entro il 13 marzo. Successivamente, entro il 14 marzo, gli stessi deputati saranno chiamati a un secondo voto con cui decidere se vogliono «una breve proroga» dei due anni previsti dall’articolo 50 dei Trattati tra la data di notifica dell’uscita del Paese dall’Unione e l’effettiva uscita dall’Unione, attualmente prevista per il 29 marzo.
Il tentativo della premier è di mettere i deputati brexiteers, che in gennaio hanno votato clamorosamente contro l’accordo di recesso negoziato da Londra e Bruxelles, dinanzi alle proprie responsabilità, mettendo in luce due pericoli. Da un lato, un’uscita caotica, che rischia di essere drammaticamente impopolare. Dall’altro, un rinvio di Brexit che possa rimettere in discussione la stessa uscita del Paese dall’Unione, in un momento in cui l’opposizione laburista si dice favorevole a un eventuale secondo referendum (si veda Il Sole 24 Ore di ieri).
La strategia della signora May di far scorrere l’orologio imponendo una scelta all’ultimo minuto è evidentemente pericolosa; ma qui a Bruxelles alcuni esponenti comunitari e diplomatici nazionali notavano ieri sera che la costruzione ideata dal capo del governo conservatore per ottenere il risultato voluto aveva un che di realistico. «Aumentano le possibilità che l’accordo di recesso venga in fin dei conti approvato», notava ieri sera un negoziatore.
L’esito della partita rimane molto incerto, tanto più che in gennaio l’accordo di recesso fu bocciato da una maggioranza ampia, con un margine di 230 seggi. Recuperare la differenza non sarà facile. Londra e Bruxelles stanno discutendo del modo in cui adattare la dichiarazione politica relativa al futuro accordo di partenariato in modo da dare rassicurazioni sul fatto che la soluzione-paracadute relativa alla frontiera irlandese (il cosiddetto backstop) sarà comunque temporanea.
Il backstop, da utilizzare in attesa di una intesa di partenariato, è fonte di nervosismo presso molti parlamentari inglesi perché prevede la controversa partecipazione della Gran Bretagna all’unione doganale anche dopo Brexit. In un ipotetico calendario segnato da una buona dose di ottimismo, il codicillo in discussione potrebbe essere fatto proprio dai Ventisette in occasione di un vertice europeo già previsto per il 21-22 marzo, e comunque solo dopo che ci sarà stato l’auspicato voto favorevole di Westminster sull’accordo di divorzio.
Ieri, intanto, la signora May ha finalmente aperto la porta alla richiesta di un rinvio di Brexit, rinvio che sarebbe probabilmente necessario comunque vada il voto del 13 marzo. I Ventisette sono d’accordo nel concedere una proroga, ma vogliono che questa sia corta. L’uscita del Paese dovrebbe avvenire preferibilmente entro il 22 maggio, altrimenti si porrebbe in un modo o nell’altro anche in Gran Bretagna la questione delle elezioni europee del 23-26 maggio.
Se la proroga, che richiede il benestare unanime dei Ventisette, scavalcasse il voto europeo, il Regno Unito in quanto Paese membro sarebbe comunque chiamato a inviare a Strasburgo propri rappresentanti, non necessariamente eletti per l’occasione (come fece la Croazia che ha aderito all’Unione nel corso di una legislatura). Alcuni diplomatici e giuristi sostengono tuttavia che la questione non si porrebbe nel caso di una Brexit entro il 30 giugno, vale a dire entro la data di inaugurazione del prossimo Parlamento.

Beda Romano

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