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Cause ripetitive, parcella al 50%

I compensi minimi per gli avvocati possono essere rivisti al ribasso, anche al di sotto dei parametri ministeriali, qualora l’opera professionale risulti di minima complessità. Lo precisa il Tar Brescia (ordinanza 1528/2012), dimezzando il compenso ad un legale che difendeva d’ufficio un cittadino extracomunitario ammesso al gratuito patrocinio.
La pronuncia è applicabile anche all’indomani dell’entrata in vigore della legge sulla professione forense, che dedica l’articolo 13 ai compensi.
Nella legge professionale non vi sono limiti né minimi né massimi alle pattuizioni tra cliente e legale, ma per gli incarichi che non hanno un accordo iniziale o sono affidati d’ufficio (per esempio, il gratuito patrocinio per i non abbienti o gli incarichi conferiti dal giudice) è prevista una tabella di riferimento.
Si tratta di parametri che ogni biennio saranno indicati dal ministero della Giustizia: quelli attuali sono contenuti nel Dm 20 luglio 2012 n. 140, e sono appunto stati derogati al ribasso dai giudici bresciani. Per altro, il ministero della Giustizia ha promesso una rivisitazione dei parametri, ma il provvedimento non è ancora stato pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale».
Il principio dell’inderogabilità dei minimi, secondo il Tar, vale per le prestazioni di normale difficoltà, mentre per le attività che sono riservate al legale, ma sono semplici e di minimo impegno, vi può essere una specifica riduzione.
Esistono infatti prestazioni professionali esclusive degli avvocati, delle quali non si può fare a meno per difendere diritti: si tratta dello ius postulandi, cioè della intermediazione tra cittadino e magistratura, non essendo prevista l’autodifesa. In conseguenza i parametri del Dm 2012, che si applicano sia alle contestazioni tra cliente e legale non risolvibili sulla base di un contratto, sia nel caso del gratuito patrocinio, possono essere ulteriormente ridotti se la lite è agevole, ripetitiva, poco impegnativa e si giova di precedenti costanti.
Osserva infatti il giudice amministrativo, con un principio valido anche per la magistratura civile e penale, che l’esistenza di una giurisprudenza favorevole, costante e inequivoca, è rilevante ai fini della liquidazione del compenso.
Nel caso specifico, si discuteva della posizione di un cittadino extracomunitario cui era stata negata la procedura di legalizzazione (sanatoria) a causa della presenza di una condanna per il reato di clandestinità.
Tuttavia, poiché il reato di clandestinità era stato già abolito all’epoca della lite, la procedura giudiziaria sulla sanatoria aveva avuto un percorso snello e agevole, di minimo impegno per l’avvocato.
Di conseguenza, la liquidazione del compenso al professionista che aveva assistito la parte ha risentito della ridotta complessità della questione, con una riduzione del compenso al 50 per cento.
L’Erario ha quindi sborsato mille euro (oltre le spese vive) al legale, invece di circa 2.500 euro, minimi dovuti secondo i parametri per una intera fase di giudizio.
Il principio posto dalla magistratura bresciana si presta a diverse applicazioni, in tutti i casi in cui tra le parti non vi sia un compenso predeterminato in forma scritta (articolo 13, comma 6 dell’ordinamento professionale legale), e non solo nei casi di liti di lieve entità. Esistono infatti procedure che si giovano di prassi consolidate, di cause seriali, che impegnano in modo modesto i professionisti.
Ad esempio, ciò accade quando il giudice procede in forma semplificata, cioè con riferimento a precedenti conformi (secondo le istruzioni del presidente della Cassazione 22 marzo 2011 prt. 27), o in attuazione dell’articolo 74 del decreto legislativo 104/2010 (per la giustizia amministrativa), quando al stessa questione è già stata decisa in modo conforme. In questi casi il compenso del professionista rischia di essere ridotto in caso di contenzioso, ma solo se il compenso non è stato determinato (in forma scritta o orale).

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