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Cause pendenti, passi da calibrare

Il contenzioso sui dinieghi di condono o sulle comunicazioni di Equitalia recanti un quantum dovuto ritenuto errato dal contribuente (anch’esse da ritenersi impugnabili in quanto recanti una pretesa idonea a incidere sulla sfera patrimoniale del contribuente; in tal caso però sarà importante ottenere la sospensione dei pagamenti da parte del giudice o effettuarli per non far venire meno gli effetti premiali della definizione), risolverà alcuni dei dubbi sulla portata della definizione agevolata, la sua estensione, i suoi limiti.

Restano invece da chiarire le incertezze circa gli effetti della rottamazione sul contenzioso pendente.

La norma infatti si limita a prevedere che il contribuente, in sede di presentazione dell’istanza, indichi l’esistenza di eventuali giudizi avente ad oggetto i carichi per cui chiede la definizione e si impegni a rinunciarvi; tuttavia non dice né quando tale «rinuncia» debba avvenire, né quali sono le conseguenze di un’eventuale omissione.

Se è ipotizzabile che Equitalia possa respingere l’istanza di definizione nel caso in cui manchi l’assunzione dell’impegno a rinunciare al giudizio pendente (ma si ritiene più probabile un invito a regolarizzare l’istanza, dato che la mancata indicazione potrebbe essere frutto di una dimenticanza; anzi dal canto suo l’Agenzia delle entrate, nella già citata circolare di qualche giorno fa, ha affermato che anche qualora l’impegno non ci sia, l’integrale pagamento di quanto necessario al perfezionamento della definizione produce ugualmente la causa di estinzione del giudizio), diverso è il caso in cui l’impegno ci sia, ma poi non venga onorato.

Tanto più che, come rilevato da molti commentatori, parlare di «rinuncia» al giudizio è del tutto improprio: piuttosto, una volta perfezionata la definizione con il pagamento del quantum dovuto, si avrà la cessazione della materia del contendere, che potrà essere richiesta da tutte le parti in causa. Il che risolverebbe anche il problema delle spese di lite, che in caso di rinuncia verrebbero addebitate al rinunciante (a questo proposito si segnala peraltro l’ordinanza n. 5497 del 3 marzo scorso con la quale la Cassazione, nell’accogliere la rinuncia al ricorso del contribuente che aveva presentato istanza di rottamazione, ha disposto la compensazione delle spese), mentre nel caso di estinzione del giudizio per definizione delle pendenze tributarie vengono compensate (art. 46 dlgs n. 546/1992).

Se vengono fissate udienze nelle more del perfezionamento della definizione, al contribuente conviene chiedere il rinvio della causa a nuovo ruolo, evitando di rinunciare o comunque chiedere l’estinzione del giudizio senza avere la certezza che la domanda di definizione venga accolta o di riuscire a pagare il dovuto alle scadenze prefissate: infatti, in caso di mancato o insufficiente o tardivo pagamento di una delle rate la definizione non produce effetti, ma di certo non rivive il processo che si fosse nel frattempo estinto.

Se poi la definizione si perfezionerà, il contribuente chiederà la cessazione della materia del contendere. In caso contrario, il giudizio riprenderà regolarmente.

Il contribuente peraltro potrebbe anche rimanere silente e lasciare che il procedimento segua il suo corso (ovviamente potrebbe essere la controparte a fare presente la pendenza dell’istanza di definizione e chiedere il rinvio, ma se la controparte è l’ente impositore e non l’agente della riscossione, è probabile che non sia informata dell’avvenuta presentazione dell’istanza).

In caso di sentenza positiva, il contribuente potrebbe smettere di pagare le rate della definizione rendendola così invalida per avvalersi dell’esito positivo del giudizio (compresa la restituzione di quanto versato per la definizione non perfezionatasi). Ovviamente tale strada è da ponderare attentamente nei casi in cui la sentenza sia ancora suscettibile di gravame perché controparte potrebbe impugnarla e ottenerne la riforma.

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