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Cause di lavoro sempre a un passo dall’emergenza

Tribunali del lavoro sempre in affanno. Se il picco del 2011 può dirsi superato, l’arretrato da smaltire resta vicino ai livelli di guardia. Una “pendenza” a fine 2013 di 250mila fascicoli aperti in materia di lavoro e pubblico impiego nei tribunali ordinari e di oltre 60mila alle Corti di appello, secondo le elaborazioni del Sole 24 Ore sui dati forniti dalla direzione generale di statistica del ministero della Giustizia. Carichi che ricadono sulle forze, sempre ridotte, dei giudici di lavoro: nei Tribunali sono in 424 (398 giudici e 26 presidenti di sezione) per 249.517 processi pendenti, vale a dire quasi 600 fascicoli a testa. La musica non cambia nelle Corti d’appello, dove i giudici del lavoro sono 177 (26 presidenti e 151 consiglieri) per 60.632 processi: come dire 343 cause a testa.

Numeri non troppo distanti rispetto al boom delle liti di lavoro registrato nel 2011: gli effetti della crisi economica, una crescita esponenziale dei ricorsi presentati dai precari della Pa e i termini più stretti per impugnare i licenziamenti introdotti dalla legge 183/2010 (il collegato lavoro) avevano fatto impennare i procedimenti iscritti. Dalle statistiche più recenti emerge che negli ultimi due anni si è ritornati praticamente al livello del 2009, senza però alleggerire il peso dell’arretrato. E se in media, dal 2012 al 2013, le pendenze, in primo grado, sono diminuite di circa il 13%, alcuni grossi tribunali evidenziano un trend opposto: a Milano le cause di lavoro sono aumentate del 12% e quelle per i licenziamenti arrivano al ritmo di 150 al mese; a Palermo le cause pendenti sono passate da 17mila del 2012 a 18mila dell’anno scorso.
Rito Fornero sotto accusa
Non sembra aver prodotto passi avanti, dunque, l’avvio del rito speciale introdotto dalla riforma Fornero (legge 92/2012) per i licenziamenti ex articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La corsia privilegiata riservata a queste cause – poche migliaia – da un lato ha permesso decisioni più rapide sul fronte della cessazione dei rapporti (alcune cause sono già arrivate in Cassazione) ma dall’altro ha allungato i tempi degli altri processi e ha costretto i magistrati a un super-lavoro sui riti sommari (che rappresentano la prima parte del processo «Fornero»).
Peraltro, il Ddl delega di riforma del lavoro che comincia giovedì il suo iter in commissione al Senato non prevede alcun intervento di “manutenzione” sul fronte dei processi.
«Le cause di lavoro a Milano hanno una durata media di 172 giorni – spiega il presidente della sezione Piero Martello – ma è un risultato che raggiungiamo con un ritmo pesantissimo per i giudici e con un organico che è lo stesso dagli anni settanta». Da Bologna, il giudice Giovanni Benassi sottolinea che «con l’introduzione dei riti sommari, il lavoro del magistrato è stato spostato su procedimenti più informali, destinati a finire non sempre con una sentenza e nei quali giudice e la cancelleria sono sempre più costretti a confrontarsi con l’urgenza».
Il nuovo rito scontenta anche gli avvocati: l’Associazione dei giuslavoristi italiani (Agi) sta mettendo a punto un’iniziativa formale per chiederne l’abrogazione, salvandone solo due aspetti, come spiega il presidente Fabio Rusconi: «Si possono mantenere – spiega – la corsia preferenziale per i licenziamenti, ma con il rito ordinario, che è già abbastanza rapido, e il controllo dei presidenti di sezione sul rispetto di questa priorità».
Peraltro, la corsia veloce per i licenziamenti non risolve i problemi sul resto delle liti, come sottolinea Carla Musella, coordinatore delle sezioni lavoro del Tribunale di Napoli: «Le impugnative ex articolo 18 – spiega – a Napoli sono state 952 nel 2013 e 145 nei primi tre mesi di quest’anno, non molte rispetto alla mole complessiva del contenzioso».
Anna Maria Franchini, coordinatrice delle sezioni lavoro del Tribunale di Roma, sottolinea, infine, che «c’è una carenza grave anche di personale amministrativo e di cancelleria e nella dotazione di strumenti informatici».
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