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Cause di lavoro, è ingorgo nei tribunali

Un nuovo processo con termini “compressi” per legge che difficilmente potranno essere rispettati nelle aule dei tribunali. Una corsia preferenziale per i licenziamenti che rischia di stoppare tutte le altre cause di lavoro. E soprattutto, la certezza che l’ingorgo nei tribunali – già ingolfati – aumenterà. Da Nord a Sud, i giudici vedono poche luci e tante ombre sul nuovo rito processuale per i licenziamenti ex articolo 18, uno dei tasselli della riforma Fornero in vigore da mercoledì scorso. Una riforma a costo zero, che porta da 3 a 4 le fasi di giudizio, lasciando inalterata la squadra di magistrati in campo: nei tribunali sono 453 (426 giudici e 27 presidenti di sezione) per circa 300mila processi in lista d’attesa in materia di lavoro privato e pubblico impiego. Come dire oltre 600 cause all’anno a testa (si veda anche Il Sole 24 Ore del Lunedì del 26 marzo).
I magistrati sono dunque perplessi per una riforma che chiede l’applicazione della massima velocità per i processi sui licenziamenti, ma non mette a disposizione forze aggiuntive, né come giudici, né come personale amministrativo. Inoltre – fanno notare – è mancata completamente una fase transitoria, che evitasse il debutto delle nuove regole del processo proprio nel bel mezzo dell’estate. Il presidente della sezione lavoro del tribunale di Bologna, Giovanni Benassi, chiede addirittura la sospensione per decreto legge del nuovo rito speciale, «che può determinare – spiega – danni irreversibili all’amministrazione della giustizia del lavoro nei prossimi anni».
Un altro punto su cui si concentrano le critiche dei giudici – ma anche degli avvocati – è lo sdoppiamento del primo grado: il ricorso sommario e l’opposizione in tribunale, che rischiano di far aumentare carichi di lavoro e costi. Per ogni fase del procedimento, poi, sono stati previsti termini molto stretti, fino al giudizio della Cassazione, che dovrà fissare l’udienza non oltre sei mesi dal ricorso.
L’accelerazione sulle liti relative ai licenziamenti, inoltre, rischierà di pesare sulle altre cause per mobbing, demansionamento, trasferimenti e così via. «Creando una corsia veloce per alcuni procedimenti, si rallentano tutti gli altri», spiega Marco Buzano, presidente della sezione lavoro del tribunale di Torino. «Per fare un esempio – continua – un lavoratore che rivendica il pagamento di 10mila euro potrà vedersi fissare l’udienza dopo un anno».
Dal tribunale di Palermo – dove “pendono” oltre 16mila cause di lavoro, con una durata media di 2-3 anni – il presidente della sezione, Antonio Ardito, sottolinea: «Con l’organico attuale e con le udienze già programmate, sarà possibile prevedere un’ulteriore udienza ad hoc per i licenziamenti, come richiesto dalla legge, solo da ottobre del prossimo anno: nel frattempo i singoli magistrati potranno destinare solo alcune ore a queste cause». Stessa linea a Monza , dove il calendario è fissato fino alla primavera del 2013: la presidente della sezione lavoro, Marisa Nardo, stima un aumento del 30% delle cause per effetto della riforma.
L’ingorgo è destinato a crescere anche perché la nuova fase di urgenza iniziale prevista dalla riforma fa aumentare da tre a quattro gli step del giudizio. «È molto probabile – evidenzia Enrico Ravera, presidente della sezione lavoro del tribunale di Genova – che alla fase sommaria seguirà quella di opposizione, con un appesantimento dei carichi non solo giudici ma anche del personale di cancelleria».
Critici anche gli avvocati: «La pecca maggiore – rileva Bruno Piacci, coordinatore della commissione lavoro del Consiglio nazionale forense – è l’introduzione di una quarta e inutile fase preliminare. Era sufficiente limitarsi a prevedere una corsia privilegiata per i procedimenti sui licenziamenti ex articolo 18». Parla di una «avventatezza inopinata e non necessaria», sull’introduzione del nuovo rito, Fabio Rusconi, presidente dell’Agi, l’associazione degli avvocati giuslavoristi italiani. «Visto che la reintegrazione del lavoratore è ormai marginale e non c’è più il rischio di gravi danni economici per le parti legati ai tempi lunghi, non si capisce l’urgenza di un rito che accorci ulteriormente i termini di un processo già molto snello e concentrato».

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