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Cause civili, stop alle istanze perditempo

di Antonino Porracciolo

Giro di vite sull'inibitoria, cioè l'istanza con la quale si chiede la sospensione dell'esecuzione di una sentenza di condanna. Il giudice d'appello, se dichiara inammissibile o manifestamente infondata l'istanza, potrà condannare la parte che l'ha richiesta a una pena pecuniaria tra 250 e 10mila euro. L'articolo 27 della legge di stabilità disincentiva così le istanze di sospensione che non abbiano un minimo di plausibilità e che sottraggono tempo al giudice. Ed è sintomatico che l'articolo sia rubricato «Modifiche al Codice di procedura civile per l'accelerazione del contenzioso civile pendente in grado di appello» individuando nell'abuso delle istanze di sospensione una delle ragioni di rallentamento dei giudizi.

La sanzione concerne le inibitorie dei giudizi civili ordinari (articolo 283 del Codice di procedura civile), quelle delle cause di lavoro (articolo 431) e non fa sconti per l'ipotesi in cui la richiesta di sospensione sia stata avanzata dal lavoratore: anche questi, ricorrendo le nuove condizioni, potrà essere condannato a pagare la "multa" al pari del datore di lavoro.

La legge considera innanzitutto l'ipotesi dell'inammissibilità, che ricorre quando l'istanza di inibitoria non sia proposta nelle forme e nei tempi previsti dal codice di rito, e cioè con l'impugnazione principale o con quella incidentale (articolo 283) o con ricorso al giudice per provocarne la pronuncia prima dell'udienza di comparizione (comma 2 dell'articolo 351). Di fatto, tale inammissibilità si verifica quando la richiesta di sospensione sia formulata direttamente e per la prima volta in udienza.

Altro caso di inammissibilità è nell'istanza di inibitoria avanzata per bloccare una statuizione insuscettibile di esecuzione: la sospensione, infatti, riguarda l'efficacia esecutiva o l'esecuzione della sentenza impugnata (articolo 283 del Codice di procedura civile), vicende non riconducibili alle pronunce di natura costitutiva e a quelle di mero accertamento. Ed è il caso di ricordare che la Corte suprema ritiene (ordinanza 1283/2010) che il capo contenente la condanna alle spese sia provvisoriamente esecutivo indipendentemente dalla natura (di condanna, costitutiva o di mero accertamento) della decisione principale a cui la statuizione sulle spese accede (in senso contrario Cassazione 5837/93, 1037/99 e 9236/2000).

La sanzione può irrogarsi anche in caso di istanza manifestamente infondata. Per pronunciarsi la condanna non sarà dunque sufficiente il rigetto della richiesta di inibitoria, essendo richiesto quel quid pluris costituito dalla palese inconsistenza della richiesta, e dunque dalla mancanza di qualunque chance di accoglimento.

La previsione di una pena pecuniaria traccia il confine dei soggetti coinvolti: il rapporto in questione coinvolge unicamente lo Stato e la parte che aveva avanzato la richiesta e non riguarda i soggetti in lite; e ciò a differenza di quanto previsto per l'ipotesi di rigetto dell'istanza di ricusazione del giudice civile, per la quale l'articolo 54 del Codice di procedura civile prevede, invece, sia una pena pecuniaria sia la pronuncia sulle spese.

L'ordinanza che applica la sanzione è revocabile con la sentenza che definisce il giudizio. Un mezzo di controllo altrimenti inesistente, giacché quell'ordinanza è espressamente qualificata come non impugnabile. La norma tuttavia non dice se la revoca debba essere preceduta dall'istanza di parte, così come non precisa, neppure mediante l'indicazione di formule generiche e ben conosciute dal Codice (come quelle che fanno riferimento ai motivi gravi o giusti), quali siano i presupposti per l'adozione del provvedimento. Non avremmo dubbi, tuttavia, nel ritenere che la revoca presupponga la domanda della parte interessata e l'esposizione dei motivi a sostegno, secondo quanto imposto dai canoni generali in materia di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Così come escluderemmo che la revoca consegua, de plano, all'accoglimento del gravame: impone una tale conclusione sia il dato letterale della norma, che si esprime in termini non di automatismo ma di possibilità («l'ordinanza è revocabile», e cioè «può essere revocata»), sia l'inesistenza di un generale e necessario conflitto tra l'ordinanza che applica la sanzione e la sentenza che accoglie l'appello, ben potendo darsi che sia proposta un'istanza di inibitoria inammissibile o palesemente infondata (in ragione dei profili dedotti) pur in presenza di un'impugnazione fondata nel merito.

La revoca si atteggia dunque come una sorta di revisio prioris instantiae tutt'interna al gravame perché demandata allo stesso giudice (inteso come ufficio) che aveva applicato la sanzione, e richiede una rinnovata valutazione delle ragioni che avevano indotto il primo collegio a ritenere inammissibile o manifestamente infondata l'istanza di inibitoria (non di rado, peraltro, quel collegio è diverso da quello che dopo anni decide poi l'impugnazione). Così inquadrato l'istituto, appare chiaro che la revoca è da ritenersi consentita anche in favore della parte il cui gravame sia stato respinto nel merito.

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