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Causa da 870 milioni contro Atlantia costringe Gemina a rivotare la fusione

Una richiesta di risarcimento danni da 870 milioni nei confronti di Atlantia costringerà i soci di Gemina, la società che gestisce l’aeroporto di Fiumicino, a dare un nuovo via libera alla fusione con il maggiore concessionario in Italia di rami autostradali, entrambe sotto il controllo della famiglia Benetton «Utile anche se non necessaria ». Così il presidente di Gemina, Fabrizio Palenzona, uno degli uomini al centro dei più importanti snodi della finanza italiana di relazione ha — di fatto — comunicato al mercato, ma anche ai soci, che ci sarà un nuovo passaggio sulla fusione. E che l’assemblea verrà convocata «entro l’estate». Secondo fonti ben informate entro la fine di luglio.

Palenzona, la cui lunga frequentazione con i maggiori banchieri italiani ha insegnato la prudenza, si è visto costretto a chiedere ai soci un nuovo avallo del voto del maggio scorso, dopo la “scoperta” di una richiesta danni da parte del ministero dell’Ambiente nei confronti di Atlantia. Il ministro si è costituito parte civile in un procedimenti che si tiene al tribunale di Firenze, dove al gruppo autostradale viene imputato di non aver smaltito regolarmente tonnellate di detriti del cantiere della Variante di valico: 65 nuovi chilometri tra Barberino del Mugello e Sasso Marconi che dovrebbero decongestionare uno dei punti caldi dell’Autosole e di cui si parla da almeno 15 anni.
I giudici contestano ad Atlantia di non averli smaltiti in discarica come stabiliva la vecchia legge per i materiali di scavo composti da un misto di terra e di residui di cementi e vetroresine, risparmiando 870 milionisecondo le stime dell’Ispra (l’istituto cui l’Ambiente si appoggia per valutazioni di questo tipo).
Atlantia, in più di una letteraal ministero, ha specificato di essersi comportata a suo dire secondo le norme. Le quali, tra l’altro, sono state cambiate con il governo Monti: ora il materiale di scavo può essere riutilizzato nei cantieri. Non solo: l’ex ministro Corrado Clini ha allineato la normativa italiana con le direttive europee. Queste ultime privilegiano — in questi casi — non la richiesta economica, ma il ripristino del danno causato (un disallineamento per cui l’Italia era anche sotto procedura di infrazione da parte di Bruxelles).
Tutto questo per dire che la vicenda potrebbe anche concludersi con una spesa inferiore da parte di Atlantia (se non con una assoluzione). Ma il problema è che tutto ciò non era emerso nell’assemblea di Gemina in cui i soci non erano stati informati dell’esistenza di un potenziale esborso che potrebbe far rivedere i concambi dell’operazione. Per quale motivo? La comunicazione di richiesta danni era arrivata a ridosso delle assemblee.
Il “prudente” Palenzona ora vuole essere sicuro che un domani, di fronte a una Atlantia condannata a pagare, nessun socio possa dire “non ne sapevo nulla” e muova un’azione di responsabilità. Anche perché la causa del ministero finirà tra gli “annessi e connessi” della nuova compagnia.
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