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Cattolica, l’aumento per Generali impugnato dai soci dissidenti

L’aumento di capitale di Cattolica deliberato dall’assemblea dello scorso 27 giugno finisce sul tavolo del Tribunale di Venezia a una decina di giorni da una nuova assise che, il prossimo 31 luglio, dovrebbe sancire la trasformazione in spa e il successivo ingresso nel capitale di Generali.

Dopo avere annunciato l’iniziativa nelle scorse settimane, un gruppo di soci dissidenti, circa una ventina che rappresentano diverse associazioni – tra cui il presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, monsignor Giorgio Benedetti, il presidente dei piccoli azionisti di Cattolica Maurizio Zumerle, Michele Giangrande, e altri esponenti dell’imprenditoria e della politica locale – hanno notificato alla compagnia l’impugnazione della delibera che consentirebbe al Leone di salire al 24,4%. L’obiettivo? I ricorrenti hanno chiesto, in via cautelare, di sospendere la delibera stessa (in modo da consentire le verifiche di legittimità di quanto votato prima dell’assise del 31 luglio) e, in via principale, di dichiararla nulla o comunque invalida.

Mossa che arriva a valle della decisione assunta da Cattolica nei giorni scorsi e annunciata ieri «al fine di un corretto svolgimento dell’assemblea». In particolare, l’azienda ha comunicato che «in relazione a false comunicazioni che circolano in questi giorni e altresì a iniziative di vario genere che vengono annunciate e perseguite, per tutelare l’immagine e gli interessi di Cattolica e di tutti gli stakeholder» è stato segnalato «all’Autorità di vigilanza sui mercati (il 16 luglio, ndr) e altresì all’Autorità Giudiziaria competente (la Procura di Milano il 17 luglio, ndr), fatti e circostanze inerenti la corretta informazione dei soci e del pubblico». Il riferimento, tra le altre cose, è ad alcune voci su un presunto accordo privato tra il presidente Bedoni e Generali che la società ha già derubricato come «non corrispondenti al vero».

Quanto all’atto, predisposto dallo Studio Grimaldi, si sottolinea come la decisione dell’assemblea presenta “innumerevoli vizi”: i soci dissidenti contestano un’informativa inadeguata, tardiva e scarsa che ha impattato il voto, e una limitazione del diritto di opzione non adeguatamente motivata. In particolare, si parla di «abuso di diritto ai danni dei soci»: «L’aumento di capitale deliberato, lungi dal rispondere alle immediate necessità finanziarie indicate dall’Ivass», che aveva chiesto un’iniezione di mezzi freschi pari a 500 milioni entro l’autunno, è infatti «volto a favorire una vendita a terzi nell’ambito di una delega del tutto indeterminata e valevole per cinque lunghi anni». Con i soci «privati illegittimamente del diritto d’opzione». Quest’ultimo, si contesta, è stato limitato con «modalità largamente insufficienti e illegittime» e la delibera assunta «senza il rispetto delle prescrizioni.

In particolare, gli azionisti dissidenti fanno anche notare come Cattolica, su questo punto, abbia fornito spiegazioni in zona Cesarini, se non oltre. Ovvero il 22 giugno (due giorni prima della scadenza per esprimere il voto) su richiesta della Consob, che aveva inviato una lettera in proposito il 17 giugno evidenziando «carenze informative», aveva pubblicato un documento integrativo mentre addirittura nella notte tra il 24 e il 25 giugno ha reso noto al mercato il progetto con Generali. Dunque, a detta dei soci «informazioni di estremo rilievo sono pervenute oltre il termine per il voto in assemblea. In altri termini, il cda di Cattolica dava conto della vera finalità dell’aumento di capitale del tutto tardivamente, senza considerare il difetto di informativa in capo ai soci che avevano già votato». Tutti elementi che verranno valutati, nei prossimi giorni, dal Tribunale di Venezia per valutare se sussistono o meno gli estremi per sospendere la delibera del 27 giugno.

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