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Cassa Centrale al bivio su Carige. Tre mesi per la fusione, incognita Bce

Si conoscerà a fine marzo il destino di Carige. Perché sarà a quel punto che, appresi gli esiti degli esami Bce in cui è attualmente coinvolta – esami peraltro slittati di un mese rispetto alla tabella di marcia prevista -, Cassa Centrale Banca deciderà quale strada prendere. E il bivio secco che si sta profilando è chiaro: una strada conduce all’esercizio della opzione call per acquistare dal Fondo interbancario l’80% della banca ligure, di cui oggi è socia all’8,3%. L’altra, di segno opposto, in assenza di valide alternative, prevede un passo indietro e il ritiro dall’operazione, mossa che darebbe mano libera al Fitd e aprirebbe così scenari tutti da definire.

L’agenda di massima, a quanto risulta a Il Sole 24 Ore, sarebbe stata definita nei giorni scorsi, dopo alcuni colloqui intensi tra gli interlocutori coinvolti, ovvero Ccb e il Fitd stesso. Una serie di dialoghi da cui sarebbe emersa un’agenda condivisa, tracciata con senso di responsabilità dai soggetti in campo, nella consapevolezza che pur in uno scenario fluido e denso di incertezze serve fare chiarezza quanto prima sulle scelte strategiche.

Formalmente i tempi l’esercizio della call da parte del maxi-gruppo cooperativo trentino scadono a fine 2021, con due finestre fissate a giugno e dicembre. Ma è evidente che è interesse del sistema chiarire l’orientamento di Ccb il prima possibile, sia in senso positivo – scenario che a quel punto sarebbe sottoposto a una serie di condizionalità da verificare successivamente – che negativo.

Nella visione del Fitd l’obiettivo è quello di smobilizzare quanto prima l’investimento in Carige, così da poter gestire il capitale per altre finalità istituzionali. Per questo si guarda con fiducia a Ccb. Che, analogamente, avrebbe gioco ad avviare quanto prima la fusione, per anticipare le potenziali sinergie con Carige. In questa cornice, non a caso, la Cassa guidata da Mario Sartori e la banca diretta da Francesco Guido stanno lavorando gomito a gomito nella due diligence e nella definizione della business combination tra le due realtà, come da cronoprogramma.

D’altra parte, in uno scenario di potenziale condivisione di intenti, si inseriscono due elementi critici che rischiano di complicare le cose, e di molto, tanto da poter far deragliare il matrimonio ancor prima di celebrarlo. Il primo, manco a dirlo, è rappresentato dagli effetti della pandemia: un fattore che è destinato a impattare pesantemente sui bilanci di tutte le banche e che impone la massima cautela in caso di operazioni straordinarie. Il tema da tempo è all’attenzione di tutti, tanto che nei mesi scorsi sia Ccb che il Fitd si sono seduti al tavolo per rivedere il valore della call e si dà per scontato uno sconto.

Ma non basta. Perché c’è un altro aspetto, anch’esso tutto da definire, che è rappresentato dall’effetto degli esami Bce. La holding trentina, al pari di Iccrea, è nel pieno del Comprehensive Assessment, esame formato dalla verifica degli attivi (Aqr) e dagli stress test. Un banco di prova, quest’ultimo, che rischia di rivelarsi un passaggio delicato. In particolare per come sarebbero disegnati gli scenari “avversi”, che nell’impostazione di Francoforte andrebbero ad appesantire le prospettive macro a partire da un 2020 di per sé drammatico in termini di calo del Pil.

La dialettica con le autorità di Vigilanza per “correggere il tiro” è in corso, ma da più fonti si sottolinea il rischio che gli esami possano generare un chiaro effetto prociclico. E se questo fosse il quadro, per Ccb, che pure può contare su un elevato livello di patrimonializzazione (Cet 1 ratio sopra 20%) e che dovrebbe chiudere un 2020 positivamente nonostante le difficoltà del momento, ce ne sarebbe abbastanza per imporre un surplus di prudenza nell’affaire Carige. Insomma, si vedrà. Di certo i prossimi tre mesi si prospettano decisivi. Anche perché, nel frattempo, andrà a regime anche la norma relativa alla conversione delle Dta in crediti fiscali e al potenziale “bonus” in caso di fusione, elemento che potrebbe rendere più appealing l’operazione agli occhi dell’acquirente, magari nel quadro di uno “sconto” già sul tavolo.

Vero è che se ad oggi tutti gli scenari rimangono aperti, nel caso di un passo indietro di Ccb Carige si ritroverebbe senza partner. Sotto il profilo industriale, l’istituto genovese, diversamente da una banca ben più fragile come Mps, potrebbe stare in piedi da sola senza problemi: sotto la direzione di Francesco Guido, il gruppo continua a lavorare sul profilo di rischio, che è in ulteriore miglioramento rispetto ai livelli, già al top del settore, di settembre, quando segnava un Npe ratio lordo del 5,3% e netto del 2,8%. Nella cornice incerta della pandemia, rimane il tema dello sviluppo commerciale, su cui peraltro la banca vuole spingere con il nuovo piano industriale. Sullo sfondo però rimane il tema dell’azionariato, perché pur potendo mantenere il suo status di azionista di riferimento, il Fitd per statuto non può essere socio stabile. Insomma, se oggi è presto per parlare di piani B per il Fitd, è anche vero che a marzo si scioglieranno molti nodi.

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