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Catasto e detrazioni scontro nel governo La delega perde pezzi rivoluzione a metà

La delega fiscale ha perso pezzi. Doveva essere la rivoluzione del fisco amico, solidale, semplice, giusto. Da approvare in fretta, per il bene di imprese e famiglie. Cammin facendo si è trasformata in qualcos’altro. Dallo scontro politico sulla norma pro-Berlusconi, la vigilia di Natale. Al ritiro frettoloso della riforma del catasto e dei giochi, martedì scorso. Ritenute scomode, in chiave elettorale. Per finire col brivido. La legge delega, datata 27 marzo 2014, già prorogata di tre mesi a marzo, scade domani. Eppure il Consiglio dei ministri di oggi non la completerà con la trasmissione alle Camere di tutti i decreti attuativi mancanti. Se va bene, ne usciranno cinque. Frutto di un braccio di ferro durissimo tra i tecnici del ministero dell’Economia e quelli di Palazzo Chigi. Divergenze di fondo sulla filosofia, prima ancora che sulle percentuali. «È mancato un regista», si ammette con lucidità nell’entourage del premier.
L’impresa era ciclopica, va detto. Ma il rischio ora è che su partite fondamentali – in primis il catasto – si debba ricominciare da capo. Il premier Renzi ha assicurato che la riforma si farà assieme alla local tax, in autunno. Per dimostrare che il governo non aumenta le tasse, anzi le redistribuisce con equità. Difficile però infilarla in un disegno di legge da affidare al Parlamento. Il governo riscriverà un’altra delega? Stessa incognita per i giochi (il testo ora archiviato superava i 100 articoli).
Fin qui, sono stati approvati sei decreti di attuazione della delega fiscale. Tre alla fine del 2014 (commissioni censuarie, propedeutico alla riforma del catasto, semplificazioni con il 730 precompilato e accise tabacchi). Altri tre licenziati da poco (fatturazione elettronica, internazionalizzazione, abuso del diritto). Con qualche delusione per il premier Renzi, non certo contento per il 730 precompilato ancora zoppicante senza le spese sanitarie, declassato perciò a «numero zero». Catasto e giochi, sul binario morto. Come pure riscossione degli enti locali, fiscalità energetica e ambientale e definizione dell’Iri, la nuova tassa per le imprese.
Ma se gli ultimi due temi non sono mai stati di fatto affrontati, tutti gli altri sono finiti in una girandola di bozze scritte e riscritte negli ultimi sei mesi, blindate negli uffici del Mef e poi rispedite al mittente da Palazzo Chigi. Emblematico il rimpallo di questa settimana. Martedì scorso il Cdm non li ha neppure visti i testi, rinviati a oggi. Ancora «qualche limatura», si giustificava Renzi. I retroscena di palazzo raccontano di incontri tesissimi. Il premier non vuole correre il rischio di passare per quello che inasprisce la pressione fiscale (definita «intollerabile », ieri dalla Corte dei Conti).
Di qui l’ultimo scontro sul decreto “stima e monitoraggio dell’evasione fiscale”. All’interno, la cruciale riforma delle detrazioni e deduzioni fiscali (720 sconti che valgono 253 miliardi annui). «Eliminare o riformare le spese fiscali che appaiono ingiustificate o superate», dice la delega. E il ricavato da destinare al fondo taglia-tasse. Ma come disboscare? L’esperto del Mef, Vieri Ceriani, pare abbia proposto una tagliola automatica:gli sconti decadono e poi si rivedono, confermandone alcuni a danno di altri. Con quale cadenza? Ogni anno, dopo dieci? E chi li sceglie, il Parlamento o il governo? Nodi non risolti. Sullo sfondo l’ex clausola di salvaguardia di Letta, ora rimodulata dal governo Renzi: le tax expenditures (così si chiamano) vanno tagliate per 3,3 miliardi nel 2016 e 6,3 miliardi nel 2017. Dieci miliardi nel prossimo biennio. Vedremo il punto di caduta, oggi.
In Cdm arriveranno altri quattro decreti, assieme a questo. La revisione delle sanzioni (ma senza la depenalizzazione della frode fiscale sotto il 3% di imponibile, promette Renzi). L’organizzazione delle agenzie fiscali. La riscossione nazionale (con probabile limatura dell’aggio di Equitalia dall’8% attuale). L’interpello e il contenzioso. In dubbio, il decreto legge a parte sui 700 dirigenti dell’Agenzia delle entrate, decaduti per effetto della sentenza della Consulta del 17 marzo, perché promossi senza concorso. L’operatività dell’Agenzia è a rischio, con 300 dirigenti costretti a fare il lavoro dei colleghi. Ma il governo nicchia.
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