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Catasto autocertificato

Riforma del catasto verso l’autocertificazione. Per la nuova categoria degli immobili ordinari (abitazioni familiari, abitazioni tipiche, uffici, studi, cantine, posti auto, negozi, magazzini) i dati mancanti per dare avvio alla riforma del catasto potranno essere forniti ad Agenzia delle entrate e comuni direttamente dai possessori degli immobili. Questi, infatti, saranno chiamati a compilare un modulo ad hoc in cui autocertificheranno determinate caratteristiche dell’immobile. Per gli immobili rientrati nella categoria speciale (in via residuale tutto ciò che non rientra nella categoria ordinaria), invece, questo compito sarà affidato a professionisti. Questa una delle procedure che, in base a quanto risulta a ItaliaOggi, contribuirà a formare la base di dati necessaria per dare impulso alla prima fase di ricognizione legata alla riforma del catasto prevista dall’art. 2 della delega fiscale la cui scadenza sarà proroga a settembre. Dopo l’annuncio da parte del viceministro dell’economia Luigi Casero giunto mercoledì pomeriggio (si veda ItaliaOggi del 12 febbraio 2014), ieri, «il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti (Sc) «ha ufficializzato la presentazione di un emendamento nel corso dell’esame del dl Imu sui terreni agricoli, per modificare i termini di esercizio della delega e», ha sottolineato il presidente della Commissione finanze di palazzo Madama, Mauro Maria Marino (Pd), «automaticamente, quelli per l’espressione del parere da parte delle Commissioni competenti». Un meccanismo, quello messo in piedi da amministrazione finanziaria e Mef che segue la falsa riga di quanto previsto per il vecchio Isee e che rischia di porsi come una via percorribile data la mancanza di risorse a disposizione dei comuni. Per la gran parte delle categorie ordinarie, quindi, la nuova base dati sarà sostanzialmente autocertificata senza che, al momento, nulla sia dato sapere circa eventuali modalità di controllo, di rettifica o di eventuali conseguenze in caso di dichiarazioni non veritiere. Le informazioni, però, in via residuale potranno essere richieste all’amministratore di condominio. Un sistema, quindi, che si pone come un ulteriore onere a carico dei cittadini e che non si accinge a essere biunivoco. Mentre, infatti, sarà compito dei proprietari comunicare i dati, altrettanto non saranno tenuti a fare comuni e amministrazione finanziaria. Una volta che a ogni immobile saranno attribuiti la nuova rendita e il nuovo valore patrimoniale la notifica ai cittadini avverrà tramite la pubblicazione presso l’albo pretorio per una durata non inferiore a 90 giorni. E solo entro questo termine il cittadino potrà eventualmente fare reclamo presso la pubblica amministrazione. In alternativa, avrà a disposizione 120 giorni a partire dalla data di pubblicazione in G.U. dell’avviso da parte delle Entrate della pubblicazione presso l’albo pretorio, per adire la Commissione tributaria provinciale. Compito dei comuni, invece, quello di trasmettere alle Entrate le informazioni già disponibili e di rilevare le caratteristiche posizionale ed edilizie delle unità immobiliari produttive. Ma anche in questo casa la strada rischia di non essere in discesa. «I comuni rivestiranno un ruolo importante nella dinamica complessiva della riforma», ha spiegato a ItaliaOggi Mirco Mion, presidente di Agefis (Associazione geometri fiscalisti), «ragion per cui se non verranno definiti in modo chiaro e preciso non solo gli stanziamenti ma anche le risorse umane a disposizione i comuni rischiano di non poter operare al meglio». I tempi, comunque, non saranno brevi. Il testo del dlgs di riforma, infatti, avrebbe dovuto essere esaminato ieri nel corso della prima seduta del nuovo comitato ristretto informale composto da governo e dai membri delle commissioni finanze di camera e senato. La seduta, però, per impegni parlamentari è slittata alla prossima settimana.

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