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Castagna in manovra per liberare Banco Bpm dalla morsa Unicredit

Il prossimo varo del decreto Sostegni bis, con i nuovi aiuti fiscali miliardari alle banche che si fondono entro giugno 2022, sarà decisivo nel determinare gli abbinamenti, rafforzando il “secondo polo” (Unicredit) o il “terzo”, centrato su Banco Bpm e Bper. Non necessariamente insieme: anche perché risulta da più fonti che da due mesi Carlo Cimbri, leader di Unipol che comanda in Bper, ha interrotto i colloqui con l’ad dei milanesi Giuseppe Castagna, in corso da fine 2020 e che facevano sperare il terzo gruppo italiano, anche per il fatto di garantire il destino del marchio e la guida operativa a Castagna.
La bozza di decreto, che estende al giugno 2022 la trasformazione in capitale delle attività fiscali differite, estende anche da uno a tre anni il periodo “di cantiere” per convertire in patrimonio questi crediti incerti per tempi e incassi (le “Dta”). La bozza ha poi alzato, dal 2% al 3% dell’attivo totale della banca da fondere, l’incentivo massimo: un +50% che favorisce banche con più Dta, e più cumulabili con quelle delle “prede”. Come Unicredit, che otterrebbe un miliardo in più di capitale in caso di nozze sia con Mps (3,4 miliardi di incentivi), sia con Banco Bpm (circa 4 miliardi). Mentre la ridotta entità di questi cespiti nei bilanci di Banco Bpm e di Bper non muterebbe nulla in una fusione tra loro (quasi un miliardo di incentivi). Risulta da più ricostruzioni che Giuseppe Castagna, pubblicamente impegnato da mesi a negoziare con chiunque, ma anche convinto assertore di un “terzo polo”, abbia letto tra le righe della bozza una cospirazione contro il suo disegno, e un assist del Tesoro ad Andrea Orcel, nuovo ad di Unicredit, che così avrebbe tre anni, e doppi incentivi da 7 miliardi netti, per inghiottire almeno parte della rete Mps, e l’intero boccone Banco Bpm, che in teoria potrebbe fargli più gola. In teoria, perché l’ex banchiere d’affari di Ubs nel primo mese s’è dedicato ad altro, senza fare un passo sulle fusioni. Castagna avrebbe esposto la questione al suo cda, il 6 maggio, trovando ampi consensi. Giorni dopo il banchiere napoletano è sceso a Roma, per incontri istituzionali, dal capo economico della Lega, Giancarlo Giorgetti, ed esponenti di Pd e M5s. A tutti avrebbe rappresentato le potenziali asimmetrie del nuovo testo “rinforzato”: specie sull’estensione a tre anni, vista come un modo per tentare le nozze a tre Unicredit-Mps-Banco Bpm, che lui trova poco gestibili (come anni fa rifiutò un simile triangolo con Ubi e Mps, caro al Tesoro). La politica forse lo accontenterebbe: la Lega vede bene le nozze Banco Bpm-Bper, i M5s sono ostili alla vendita di Mps, dove comanda il “loro” ad Guido Bastianini. Ma al Tesoro l’avviso è diverso: sia perché il testo potrebbe essere già stato concordato con l’Antitrust Ue, sia perché il socio pubblico di Mps ha per priorità privatizzarla entro l’anno, convincendo Unicredit. Tra i due fuochi si issano le istanze del “mercato”: il fondo della City Davide Leone & Partner (con quasi il 5%) segue la partita con l’ascia in mano, nel timore che Castagna, per virare su Bper, trascuri di massimizzare il valore per gli azionisti, indipendentemente da chi “sposerà”. Questa stessa istanza, espressa dal presidente Massimo Tononi in cda il 6 maggio, lo ha disallineato agli altri consiglieri nel plebiscito al “terzo polo” con gli emiliani. Che oggi paiono più attratti dai dossier Carige e Popolare di Sondrio.
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